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La “storica” impresa dell’Udinese ad Anfield (mi si passino le virgolette, ché negli ultimi anni lo stadio del Liverpool è diventato terreno di conquista per cani e porci – con tutto il rispetto per i friulani), impone una riflessione approfondita sui primi tre mesi di lavoro di Brendan Rodgers, sui risultati raggiunti e sulle prospettive di questa squadra.

In occasione della partita di Europa League, da più parti in Italia si sono usati toni forse eccessivamente entusiastici per i Reds e per il progetto imbastito dal manager nordirlandese. Se quelle parole certamente svelavano molte interessanti novità in casa Liverpool, hanno lasciato il dubbio che la memoria storica dei nostri giornalisti sia piuttosto breve. Insomma, è bastata la prima (!) vittoria in campionato dopo 6 giornate (pirotecnico 2-5 al Norwich, ben poco sostanzioso e comunque in grado di infilare due volte Reina) per gridare al successo del progetto. Eppure, a ben vedere, in serie A ci sono tecnici sotto attacco in situazione di classifica anche migliori.

 

Dunque, nel caso una valutazione del lavoro di Rodgers debba partire dai risultati, coppe comprese, finora il voto sarebbe insufficiente. 5 punti in 6 partite (peggior partenza in campionato da mezzo secolo), una sconfitta casalinga in Europa League, una vittoria tutt’altro che esaltante in Capital One. Ci sono molte attenuanti, a dire il vero: innanzitutto il livello degli avversari incontrati finora (City, United e Arsenal in campionato), unito a una buona dose di sfortuna. Se i Gunners hanno ampiamente dominato il confronto con Gerrard&C., gli stessi avrebbero meritato 6 punti con le due compagni di Manchester, e invece sono riusciti a portarne a casa solo uno. Troppo severo è stato anche il risultato di ieri sera. Altro fattore pesante riguarda il mercato estivo, che ha consegnato al manager un 11 titolare sulla carta discreto ma anche un gruppo di riserve dall’età media bassissima o comunque su cui si deve scommettere senza avere alcuna garanzia di rendimento.

Detto tutto ciò, non si può nascondere che ad Anfield continui comunque a circolare un cauto ottimismo. Ed è una novità piacevole. Perché era dall’ultimo anno dell’era Benitez (passando per i grigiori delle gestioni Hodgson e Dalglish) che non si respirava un’aria così dalle parti della Mersey. Finalmente c’è un allenatore che ha un’idea di gioco chiara, precisa, all’avanguardia, propositiva. Potrà piacere o non piacere (anche se vorrei trovare qualcuno cui non è piaciuto lo Swansea dello scorso anno), ma è già un punto di partenza. Era dai tempi dell’invenzione di Gerrard dietro a Torres (diamone atto a Rafa: un colpaccio, insieme segnarono 111 reti in 117 partite) che non si vedeva un Liverpool entrare in campo sapendo di preciso cosa fare (al di là del fatto che i meccanismi siano già oliati o meno). Gran parte del merito credo vada attribuita a Joe Allen: un metronomo non paragonabile a Xabi Alonso, senza dubbio, ma quanto di più vicino si sia mai visto a Melwood dopo lo spagnolo. Ora i Reds sanno che possono contare su uno schermo davanti alla difesa, capace, con grandissima serenità e percentuali di passaggi riusciti altissime, di far ripartire l’azione con intelligenza, verticalizzando quando si riparte rapidamente o fungendo da fulcro del loro quasi esasperato giro-palla.

 

In generale, poi, si percepisce un clima estremamente costruttivo, che non ha l’assillo del risultato subito (anche se la qualificazione in Champions League sarebbe fondamentale) ma intuisce che il tecnico sta lentamente plasmando i giocatori, cercando di ispirare in loro una mentalità quasi catalana: l’idea che più si tiene il pallone, meno ci si stanca e, anzi, più si infiacchisce l’avversario, dandogli anche meno occasioni di attaccare.

È inoltre fondamentale notare che Rodgers, facendo di necessità virtù, ha iniziato a lanciare sul terreno di gioco molti giovani veramente interessanti. Se Kelly (bloccato ora da un grave infortunio) era già una certezza e se Sterling si è ritagliato a suon di buone prestazioni un posto da titolare a 17 anni, non bisogna dimenticare che più di qualche spazio hanno avuto (e avranno) i vari Shelvey, Coates, Assaidi, Suso, Wisdom, Robinson, Yesil, Morgan. Non tutti diventeranno forse dei campioni (anche se Suso ha veramente molta qualità, a mio avviso), ma costruirsi qualche discreto giocatore in casa è sempre meglio che pescare i vari Josemi o Poulsen in giro per l’Europa.

 

Ci sono ancora degli aspetti critici non irrilevanti: la sterilità di Borini in questo inizio stagione; la più generale assenza di un vero bomber, capace di segnarne tre non solo al Norwich ma anche a qualche avversario di livello superiore; la imprescindibilità (almeno attualmente) dalla buona condizione di Gerrard (e qui son dolori); qualche amnesia difensiva, condita dal fatto che l’unico centrale dai piedi discreti, funzionale dunque al gioco di Rodgers, è Agger, ottimo difensore, ma con la funesta propensione a passare il 60-70% della stagione in infermeria. Il tecnico nordirlandese, oltre che sull’affiatamento tattico, dovrà lavorare nelle sedi opportune anche su questi aspetti.

Il quadro generale su questo inizio della sua avventura al Liverpool, però, al netto dei cattivi risultati, non può che dirsi positivo: per la prima volta da molti anni si ha l’impressione che si stia lavorando tanto e bene, e che nel giro di qualche anno la squadra potrà tornare a competere per traguardi più importanti.

twitter@MattiaSavoia

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