Giocare da uomo-mondadori-zanettiriotta

Cop Zanetti RiottaPerché si leggono i libri sul calcio? Domanda difficile vero? Molto difficile, anche perché i numeri dimostrano che in Italia, dove questo sport è una religione pagana, incredibilmente la letteratura calcistica tira meno di quella erotica o culinaria. Stefano Olivari ha detto, neppure tanto tempo fa, che «i libri di argomento calcistico non hanno mai avuto troppa fortuna in Italia, cioè nella terra promessa del calcio parlato, fatta eccezione per le autobiografie o per le opere dedicate al tifoso di bocca buona. Che anche nel caso siano illeggibili hanno almeno il pregio di fornire ad appassionati e tifosi aneddoti e retroscena». Dunque l’appassionato cerca il retroscena, il gustoso aneddoto da raccontare agli amici del bar, magari tenendo anche l’espressione di quello che ne sa una più del diavolo, mannaggia a lui. Il problema è che, questo tipo di libri, sono fruibili solamente per un pubblico che, per quanto vasto, è limitato agli amanti del calcio. E se tra questi togli quelli che, nonostante il loro amore per il pallone, non si sono mai dedicai all’intima arte della lettura se non per conoscere le formazioni della domenica, il pubblico si restringe ulteriormente. Insomma, il problema dei libri sul calcio si inserisce tra due poli: la mancanza d’inventiva degli autori e la limitatezza del mercato.

Il breve excursus che ho appena fatto è necessario per introdurre il libro di cui vi voglio parlare oggi, ovvero Giocare da uomo, di Javier Zanetti. Infatti l’opera edita da Mondadori è diversa da tante altre autobiografie calcistiche: oltre ad essere un po’ scontata e prevedibile è pure tremendamente noiosa. Me ne dispiaccio con i tifosi nerazzurri, ma ci troviamo davanti a 300 pagine di contenuti scontati ed eticamente irreprensibili, un mix che ammazza ogni velleità di successo letterario. Sia chiaro, il libro è ben scritto, si vede la mano sapiente di Gianni Riotta, giornalista esperto e di grande abilità, nel plasmare i pensieri e le parole di Zanetti, calciatore incredibile ed uomo retto, ma se poi il nettare di tutte quelle parole è un misero “sono fortunato perché potevo finire a fare il muratore per tutta la vita ed invece gioco a calcio da più di vent’anni e ho guadagnato tanti soldi”, allora può averlo scritto anche Pirandello ma sempre noioso resterà.

Zanetti PaulaZanetti è educato, diplomatico, elegante, sobrio. Non impone il suo punto di vista, lo offre al lettore, il quale però (è una regola fondamentale) non dovrebbe essere “invitato a continuare”, ma invogliato, quasi obbligato, a concludere la lettura. Ed è tutto strano, perché la vita del 40enne capitano dell’Inter non è stata poi così banale: un’infanzia difficile a Buenos Aires, nel malfamato barrios Dock Sud; la povertà; il calcio come strumento di affermazione e di salvezza (sì, un po’ banale, ma del resto questo tipo di libri son sempre un po’ banali come abbiamo detto); le delusioni; la necessità di fare il muratore da bambino per portare a casa la pagnotta; l’amore; finalmente il riscatto e l’Inter con le sue cocenti sconfitte ed i suoi gloriosi successi. Di tutto ciò cosa rimane? Uno scorrere, lineare e senza imprevisti, di avvenimenti e date, ricordate tutte come una lezione di vita o accompagnate da una morale di cui a volte, diciamolo francamente, si può tranquillamente fare a meno.

Mi rendo conto di stare distruggendo un libro, ma cosa ci posso fare? Come posso definire interessante un libro il cui protagonista, per “smentire” le voci sulla sua ipotetica perfezione quasi robotica, dichiara di avere dei difetti quali il voler sempre e costantemente essere al top fisico, tanto da allenarsi anche il giorno del proprio matrimonio? Premesso che la linea di confine tra difetto e mania ossessiva solitamente è molto ampio, ma nel caso di specie tende ad avvicinarsi drammaticamente, sarà mica un difetto degno di nota quello di voler sempre avere l’addominale scolpito. Avesse ammesso di scaccolarsi davanti alla televisione sarebbe stato decisamente più intrigante dal punto di vista narrativo. E come può definirsi interessante un libro in cui il protagonista, cercando di ricordare qualche sua pazzia (“zanettate” le chiama, e solo il nome fa già ridere), menziona un giorno in cui, ancora bambino, fece spaventare i suoi genitori nascondendosi, oppure la volta che fece cantare e ballare Nagatomo? Ma che roba è? Un matrimonio ubriaco a Las Vegas è un colpo di testa, imitare il proprio allenatore davanti alle telecamere come se niente fosse (tenendo conto che quell’allenatore è Capello) è una scemata, non le così dette “zanettate” di Javier.

javier_zanetti_ginocchio_inter_ansaMa che ci volete fare, Javier Zanetti è fatto così. Le uniche chicche degne di essere ricordate di tutto il libro sono delle ottime fotografie narrative di una Buenos Aires sempre affascinante nel suo eterno conflitto tra ricchezza e povertà e le parole dure che il capitano nerazzurro dedica a Tardelli e Lippi, soprattutto il primo che definisce un allenatore scarso, ma che lasciano il senso di qualcosa di costruito, come se ci fosse la consapevolezza di dover dire qualcosa di scomodo per invogliare alla lettura. Basta, niente di più, in 300 pagine circa. Zanetti, come scrive Antonio D’Orrico, «nella storia del calcio mondiale è nella linea che va da Pelé e arriva fino a Lionel Messi. Gente che fa ogni cosa a puntino. Però è l’altra linea che affascina, la linea dell’inquietudine. Quella che va da Sivori a Maradona passando per George Best e finendo con un mister come Mourinho. Il calcio non deve essere perbenino, non deve essere politicamente corretto (almeno lui!). È un gioco d’azzardo». Tutto giusto, tutto perfetto. Grande uomo, grande giocatore, ma manca la scintilla narrativa e non è poco se scrivi un libro. Riotta dice nel libro «Javier Zanetti non è André Agassi. Ma non è nemmeno Madre Teresa di Calcutta. È uno normale». Ecco, può piacere o meno, ma la normalità non vende, non è fatta per essere un prodotto commerciale e Giocare da uomo ne è l’ennesima riprova. La normalità è tremendamente noiosa e l’unica domanda che ti rimane in testa una volta conclusa la lettura è: caro Javier, ma non ti annoia giocare da uomo?

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Crede nello sport come forma di narrazione, è Dottore in giurisprudenza perché crede ancora nella giustizia e legge per tenere i piedi ben saldi sulle nuvole. Ha trovato una Winston blu. L'ha fumata. @Andrea_Ross89

2 Commenti a “Caro Javier, non ti annoia giocare da uomo?

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