>>>ANSA/TOUR: NIBALI VINCE TAPPA TOURMALET E IPOTECA MAGLIA GIALLA

Non è ancora il momento di lasciarsi andare ai ricordi, ai paragoni, ai record battuti, alle emozioni e alle lacrime. Non è ancora il momento di aprire gli occhi e vederlo in giallo sul gradino più alto del podio per rendersi conto che è tutto vero. Non è ancora il momento di quella commossa gioia silenziosa per cui ogni parola celebrativa sarebbe di troppo. Ma è il momento di rendersi conto di ciò che Vincenzo Nibali ha fatto ed ha indelebilmente scritto nella storia della Grande Boucle.

Seconda tappa, da York a Sheffield: frazione dal chilometraggio non preoccupante e dall’altimetria nervosa ma insospettabile, teatro della vittoria forse più bella. imageProprio perché nata da un colpo di pedale buttato lì d’istinto, nel momento giusto e nel posto giusto, forse quando neanche lui ci stava pensando; vittoria nata dalla semplicità di un genio.  Ci eravamo già accorti fin dal Giro del Delfinato che Froome non era lo stesso dell’anno scorso, non tanto per le gambe, ma quanto per la testa: perché quelle spruzzate di inalatore per l’asma, poi nascoste sotto il tappeto della malattia sempre avuta, ci avevano mostrato la prima enorme incrinatura in colui che non aveva mai dato segni di cedimento. E quando Nibali è scattato ai 2 km dal traguardo approfittando di un rallentamento nel gruppetto dei migliori, inventandosi un’azione che non gli avremmo mai attribuito, la risposta nervosa e inconsistente di Chris Froome pesava più di qualsiasi parola. E sarebbe stato più ragionevole giustificare la mancata reazione di uno scalatore come Contador ad una fucilata negli ultimi chilometri in falsopiano della seconda tappa del Tour de France, piuttosto che spiegare come sia stato possibile che il nostro Vincenzo a fine giornata si trovasse già con la maglia gialla sulle spalle e gli occhi stupefatti del mondo rivolti su di lui a chiedersi perché.

E la risposta più chiara è quella che arriva dai fatti e non dai comunicati stampa o dalle interviste. c63543265135b04090ef803e4d4d607d_169_xlEcco perché dopo l’arrivo di Arenberg Porte du Hainaut, al quinto giorno di gara, pochi dubbi sono rimasti sulle intenzioni del siciliano. Quel 9 luglio è stato senza dubbio il giorno decisivo di questo Tour de France. Chris Froome, numero 1 della gara, in seguito ad una caduta che torna a picchiare forte sul fianco destro su cui era già caduto il giorno prima, è costretto al ritiro. Contador e Nibali, invece, resistono. Ed è a 25 km dalla fine che le loro strade si separano, forse, irrimediabilmente. Se da una parte il pavè, il fango e la pioggia battente affondano lo spagnolo, dall’altra costituiscono un leggendario  e forse insolito trampolino di lancio per l’esaltante e sofferta fuga del messinese: l’olandese Boom vince in solitaria davanti a tutti, ma ormai un solco di 2 minuti e 37 secondi separa i due favoriti della vigilia.

L’Astana e il suo capitano dimostrano di sopportare bene la tensione e l’onere della maglia gialla da dover scortare in gruppo e tenere al riparo dalle insidie di giornata: tra gli anelli stretti del catenaccio azzurro della formazione kazaka, riesce a sfuggire (o viene lasciato scappare?) per un solo giorno, il francese Gallopin. AP5a00b70578d0df1b590f6a706700dce4_mediagallery-pageNella decima tappa, quella del ritiro di Contador per una caduta e conseguente frattura della tibia, la zampata vincente in maglia di campione nazionale riporta Nibali in giallo, riporta lo Squalo sul gradino più alto del podio, su quel trono da cui nessuno riuscirà più a farlo scendere. Appena la strada inizia a salire, Nibali e l’Astana sono davanti: eccezionale il lavoro di Michele Scarponi, gregario d’eccezione e di prestigio nel riuscire a tenere la squadra compatta in più occasioni. E’ così che nella tredicesima tappa lo Squalo mette a segno un’altra stoccata vincente. “Volevo guadagnare sui miei diretti avversari” dirà alla fine. Sempre moderato e sereno nelle sue affermazioni. Sempre grintoso e concentrato in bici. Quando Majka e Konig partono ai 10 km sulla salita di Chamrousse, Nibali attende. Anche quando Pinot accelera, Vincenzo si limita a controllare. Non è lui che deve sfidare gli altri. Ma a 3.3 km dal traguardo, lo Squalo attacca: lascia la compagnia di Valverde, Tem Dam e Pinot. Si riporta su Majka e Konig per poi andarsene via da solo. Terza vittoria. La prima con la maglia gialla indosso.

Monti Vosgi e Alpi: il Tour è sempre più suo. Ma solo chi vince sui Pirenei si può considerare veramente padrone della Grande Boucle. E Vincenzo non si fa pregare. Dovevano essere il teatro della ribalta di Valverde, dove lo spagnolo avrebbe rimescolato le carte, almeno per le posizioni del podio dietro al nostro capitano. Ma così non è stato. Sul Pla d’Adet, il giovane polacco Majka fa doppietta e Nibali affonda con semplicità e naturalezza sconcertante tutti i suoi avversari: solo Peraud riesce a stargli a ruota, senza mai dare un cambio, tentando una improbabile volata sulla linea del traguardo respinta a forza dalla maglia gialla. Ma ci vuole una vittoria. E non una vittoria di misura, con uno scatto negli ultimi 500 metri e il vantaggio degli abbuoni. Ci vuole bottino pieno. E l’Hautacam, all’ombra del gigante Col du Tourmalet, è l’anfiteatro adatto per chi cerca l’impresa. A 10 km dalla vetta Horner accende la miccia che Vincenzo aspettava per dare fuoco ai Pirenei. 10 km da solo. Con la maglia del leader sulle sue spalle da più di una settimana. Più di 5 minuti di vantaggio su un Valverde che poco poteva impensierirlo. Eppure non bastava. Sull’Hautacam assistiamo a due corse diverse: la lotta per il secondo e terzo posto di Parigi e l’assolo del signore del Tour. A fine giornata saranno più di 7 i minuti che dividono il primo gradino del podio dal secondo. Un abisso incolmabile. Impossibile da riempire in una sola cronometro, quella di ieri. E, per la prima volta vestito interamente di giallo, Vincenzo anche ieri ha voluto sottolineare contro tutti i “se” e contro tutti i “ma” che, in ogni caso, quei 2 minuti e 37 secondi presi sul pavè avrebbero costituito un baluardo inespugnabile sotto il fuoco di qualsiasi nemico. Perfetto.

imagesCosa manca? Solo quei 137.5 km che ci separano dai Campi Elisi di Parigi. Quei 137.5 km che aspettiamo dall’irripetibile 1998 di Marco Pantani. E quando vedremo l’esile figura del nostro Vincenzo sovrastare l’imponenza dell’arco di trionfo di Parigi sullo sfondo e gli sguardi di tutti si perderanno negli occhi sereni di un uomo che ha fatto della sua semplicità la sua forza, allora sì che potremo lasciarci andare a quel composto grido di esultanza e riconoscenza che abbiamo in gola da 16 lunghi anni. Allora sì che non ci sarà più bisogno di chiedersi come ha fatto, perché è successo con una normalità che in alcuni momenti ci ha spiazzati. Allora sì che sarà il tempo dei ricordi e delle lacrime di gioia per chi ha ridato al ciclismo il gusto del sacrificio e dell’impresa. Allora sì, quello sarà il momento.

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