Argentina contro Olanda rigori reuters

Argentina's Messi celebrates scoring a goal against Bosnia during their 2014 World Cup Group F soccer match at the Maracana stadium in Rio de Janeiro«Quest’Argentina non va da nessuna parte», si diceva in giro. Anch’io la pensavo così, in molti la pensavano così. «Dov’è il centrocampo?» diceva uno, «Senza difesa non si va lontano» aggiungeva un altro. Insomma, anche in questo Mondiale si credeva che avremmo visto la solita Albiceleste: attacco stellare, centrocampo discreto e difesa ballerina. Lo scetticismo ha alloggiato in molte menti anche dopo l’ottimo girone eliminatorio. Le tre vittorie piuttosto striminzite, ottenute oltretutto con avversari tutt’altro che imbattibili, avevano stuzzicato ancor di più i maldicenti, sempre felici di pronosticare un insuccesso di Leo Messi e compagni.

La squadra di Sabella non impressionava nessuno e qualcuno già parlava di Messi-dipendenza. E come dargli torto? Nelle prime tre gare è sempre stata la Pulga a tirare fuori dai pasticci una Selecciòn totalmente priva di incisività, eppure Lionel, dagli ottavi in poi, ha iniziato a rallentare fino a sparire del tutto nel secondo tempo di Olanda-Argentina. E allora qual è il segreto che ha portato l’Argentina a giocarsi questa finale? Oltre a un reparto offensivo strepitoso, la vera forza di questa squadra è arrivata da dove meno ce l’aspettavamo: dal collettivo e dall’ordine difensivo.

Sabella reutersEppure, chi ha seguito la breve carriera da allenatore di Alejandro Sabella, una cosa del genere se la sarebbe anche potuta immaginare. Un tecnico focoso, ma al tempo stesso attento al dettaglio e agli equilibri tecnici e mentali della squadra. Un tecnico che è riuscito a forgiare un gruppo coeso, un gruppo che ogni ct desiderava, ma che per farlo ha dovuto subire pesanti affronti dalla stampa argentina. Stampa che, come il resto della nazione, non voleva accettare la folle decisione di escludere dalla rosa Mondiale un talento puro come Carlitos Tevez. Ma Sabella è rimasto impassibile davanti alle critiche ed è andato dritto per la sua strada. L’estroso attaccante juventino non rientrava nello scacchiere tattico disegnato dal ct quindi doveva rimanere a casa. Decisione discutibile certo, ma chi crede davvero in un progetto non dà retta al caos che sempre si crea attorno a nazionali di questo calibro.

Al contrario, l’ex ct dell’Italia Cesare Prandelli pareva cambiasse modulo e interpreti a seconda di quello che scriveva la stampa (come Edmondo Fabbri nel fatale Mondiale inglese del 1966, quando perdemmo con la Corea del Nord). Emblematica a questo proposito la scelta di schierare contro l’Uruguay la tanto invocata coppia Immobile-Balotelli, che più volte aveva affermato andasse contro i suoi principi tattici. Certo dando retta al “pubblico” la scelta è più democratica, in fondo la Nazionale è di tutti, ma se vuoi vincere un Mondiale questo metodo non funziona. Sabella questo lo sa bene, e si vede.

Argentina vittoria Belgio reutersAgli ottavi di finale è arrivata un’altra vittoria di misura, all’ultimo respiro, contro una Svizzera non irresistibile, e quando ai quarti l’Argentina s’è trovata innanzi il freschissimo Belgio, i pensieri più cupi dimoravano negli argentini. Invece, dopo una prestazione più che soddisfacente, è arrivata la vittoria. Incomprensibilmente la squadra di Sabella venne attaccata duramente dal tecnico avversario Wilmots: «Noi siamo una squadra, l’Argentina no perché dipende solo dagli attaccanti. E’ una squadra spaccata in due: attacco e difesa». Mai sentita bestemmia più grande. L’Argentina non è assolutamente una squadra lunga e definire gente come Lavezzi e Higuain semplici giocatori d’attacco, alla luce di tutto il lavoro sporco da loro svolto nelle ultime partite, sembra quanto mai limitativo.

Un’ulteriore assurdità sta nel negare l’esistenza di un centrocampo combattivo e dinamico che ha trovato in Perez e in un Mascherano ricollocato nella sua posizione naturale, due splenditi collanti tra difesa e attacco, nonché due mastini insuperabili. Zero gol subiti in tre gare ad eliminazione diretta non possono essere un caso, bensì il frutto di un’organizzazione di gioco e di un’armonia tra i reparti che ormai appare evidente. E così, zitta zitta, l’Argentina se è arrivata in finale. Ha perso Angel Di Maria, uno dei suoi giocatori di maggior spessore, ma ha dimostrato di avere la forza tecnica e mentale per tenere testa a questa Germania schiacciasassi. Le aquile tedesche saranno ovviamente favorite, ma dovranno rassegnarsi al fatto che le praterie brasiliane di Belo Horizonte non si ripresenteranno tanto facilmente.

2 Commenti a “Breve elogio dell’Argentina

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