Lukaku DeBruyne Reuters (pezzo 2)

Seconda tappa del nostro viaggio nella generazione di fenomeni belga.

Questo reportage nasce e prende spunto da molteplici istanze. La prima, sicuramente, quella di raccontare una storia. La storia di un movimento calcistico che dopo un periodo di crisi rinasce attraverso le cure di una federazione lungimirante. La seconda, la fotografia di un Paese che al culmine di un lungo periodo di recessione, compresa una lunghissima crisi governativa, si riscopre vivo e vegeto, mostrando al mondo il suo volto migliore. La terza è il modo di raccontare questa storia attraverso gli archetipi presenti ne Il viaggio dell’eroe (C.Vogler, Dino Audino, Roma 1992), una guida valida per raccontare molti film Hollywoodiani, in special modo quelli di avventura o di fantasia, ma questa pietra miliare, scritta ad uso e consumo degli sceneggiatori di tutto il mondo, è applicabile anche a storie come quella che sto per raccontare. Il tutto mentre in Belgio piove.

 

Eroi

Ogni rivoluzione ha i suoi eroi. Il serbatoio belga che continua a erogare talenti non sembra intenzionato a fermarsi. Wilmots ha per le mani un manipolo di giocatori che tutti vorrebbero allenare e il difficile compito di renderli squadra comporta una responsabilità maggiore: basteranno le buone intenzioni, l’unità, il talento, la freschezza, oppure tutto questo parlare di Belgio non sarà altro che un pericoloso intralcio verso i risultati che molti, se non tutti, si aspettano? Servirà ovviamente regalare saggezza e consapevolezza a questa squadra e servirà soprattutto trovare giocatori in grado di trascinare il gruppo: le spalle di Eden Hazard, Kevin De Bruyne e Romelu Lukaku sembrano, inevitabilmente, quelle più avvezze a questo ruolo. Ecco chi sono i golden boy della nazionale belga e come possono fare la differenza.

Hazard Mourinho reutersEden Hazard

«He is already a top player and his evolution has been fantastic. He is still very young and he can become the best»
(Lui è già un top player e la sua evoluzione è stata fantastica. È ancora molto giovane e può diventare il migliore)
José Mourinho, parlando di Eden Hazard

The forbidden fruit, il frutto proibito, al secolo Eden Hazard (classe 1991) è il primo di quattro fratelli, tutti calciatori. Thorgan, Kylian e il giovanissimo Ethan stanno seguendo le sue orme con imbarazzante disinvoltura. Eden, 24, Thorgan, 22, Kylian, 19, e infine Ethan, 11, fanno parte di una famiglia che ha vissuto praticamente su un campo di calcio in quello che può essere definito un luogo sacro per il calcio belga: La Louviere. Là, sulle rive del fiume Haine, sono nati e cresciuti alcuni giocatori che hanno fatto storia, come Vincenzo Scifo, centrocampista elegante dotato di gran tiro e ottima visione di gioco, e Silvio Proto, portiere dell’Anderlecht.

Hazard gioca nel Chelsea dopo una straordinaria parentesi francese in quel di Lilla, agli ordini di Rudi Garcia. Il tecnico francese lo ha lanciato, facendolo giocare con continuità in una posizione di esterno (quando il Lilla difendeva), ma lasciandogli la libertà di accentrarsi in fase di possesso palla. Nella stagione del titolo francese (2010-11), Hazard ha realizzato 12 gol e fornito 10 assist. Aveva 19 anni. In Francia ha vinto due volte il premio come miglior giovane (2009 e 2010) e per due volte è risultato il miglior calciatore della Ligue1 (2011 e 2012).

Il trasferimento in Inghilterra lo ha migliorato ancora, prima sotto le esperte mani di Rafa Benitez e ora grazie a José Mourinho, che gli ha consegnato i gradi di fantasista libero di inventare e di svariare: in tre stagioni al Chelsea, Hazard ha raccolto 161 presenze e realizzato 49 goal; ha vinto una Premier League, una Europa League e i premi individuali di giovane dell’anno (2014) e calciatore dell’anno per i Blues (2014). In nazionale ha totalizzato 56 presenze e 7 goal.

de bruyne reutersKevin De Bruyne

«I feel sorry for not giving him big opportunities up to now, but he’s working better than ever»
(Sono dispiaciuto di non avergli dato grandi opportunità fino ad ora, ma lui sta lavorando bene come non mai)
José Mourinho, parlando di Kevin De Bruyne

Kevin De Bruyne, nato anch’egli nel 1991, è l’alter ego di Hazard. Se il primo gioca a sinistra, il fulvo centrocampista offensivo in forza al Wolfsburg si sistema a destra: entrambi hanno licenza di accentrarsi e nella posizione centrale risultano letali nel distribuire assist agli attaccanti o puntare a rete grazie alla grande facilità nel dribbling stretto. Il giovanotto di Drongen, nelle Fiandre Orientali, è cresciuto nella squadra locale per poi trasferirsi a Gent prima e al K.R.C Genk poi, dove ha vinto un campionato e una supercoppa del Belgio nel 2011.

Il Chelsea si accorge di lui, lo acquista e lo lascia in prestito al club belga. Nell’estate del 2012 il secondo prestito, questa volta in Bundesliga, dove si consacra grazie ad un campionato condito da 10 reti e 9 assist in 33 presenze. Ma il Werder fatica a salvarsi e Mourinho decide di riportarlo alla base. La sua stagione non è delle più esaltanti e nel gennaio del 2014 il club londinese lo cede definitivamente al Wolfsburg: nella stagione appena conclusasi, De Bruyne è il calciatore in Europa che ha fornito il maggior numero di assist nei campionati di massima divisione, anche meglio di Messi. Mourinho rischia di mangiarsi le mani, anche perché radio mercato accosta il centrocampista offensivo agli acerrimi rivali del Manchester United di Louis Van Gaal.

lukaku mourinho reutersRomelu Lukaku

«[…] Why he’s not at Chelsea but with Everton»
([…] Ecco perché lui non è al Chelsea ma all’Everton)
Josè Mourinho, parlando di Romelu Lukaku dopo l’addio polemico del centravanti

Romelu Lukaku è un centravanti gigantesco: 191 centimetri per 94 kg di peso. Classe 1993, di origini congolesi (suo padre giocò in nazionale per lo Zaire), mancino rapido nonostante la stazza, gioca centravanti di manovra nell’Everton, in Premier League. Precocissimo capocannoniere della Jupiler League con l’Anderlecht (stagione 2009-10), esordì a 16 anni sia nel campionato belga che in nazionale.

Acquistato dal Chelsea nel 2011, rimane alla corte dei Blues fino all’agosto 2012, quando viene dato in prestito al West Bromwinch Albion: nelle West Midlands colleziona 35 presenze e 17 goal alle spalle di gente del calibro di Van Persie, Suarez, Bale, Benteke e della meteora Michu. Josè Mourinho, tornato sulla panchina Blues, lo rivuole alla sua corte, ma qui le cose vanno storte, perché Lukaku, in rotta con il Chelsea per il prestito precedente, pretende un ruolo da protagonista che Mourinho non può garantirgli. A togliere tutti dall’imbarazzo ci pensa l’Everton di Roberto Martinez. Sbarcato a Liverpool, il gigante belga trascina i Toffees al quinto posto e alla qualificazione in Europa League. Il Chelsea incassa 39 milioni di euro.

Il deludente Mondiale brasiliano, reso tale da un infortunio alla caviglia durante le amichevoli di preparazione, fa sì che la rassegna iridata si chiuda con 4 presenze e un solo goal all’attivo. A causa di numerosi infortuni, la stagione attuale è stata inferiore alle aspettative: 18 goal in 41 apparizioni, ma ben 8 nelle 9 partite di Europa League, con l’Everton relegato nelle paludose acque del centro classifica. Suo fratello Jordan, classe 1994, gioca difensore nel KV Ostenda.  Un’altra dinastia destinata a scrivere un pezzo di storia.

La prova centrale

Michel sablon

Michel Sablon

Si dice che il lavoro paghi e mai come in questo caso i risultati sono il frutto di un lungo lavoro. Se Guy Thys è stata la mente, il valore aggiunto dal punto di vista tecnico, il lungimirante guru che ha fatto crescere giocatori e allenatori, Michel Sablon è stato il braccio, l’uomo che dietro le quinte ha compreso al meglio i meccanismi organizzativi e dirigenziali per applicarli sul campo.

Modesto calciatore, direttore commerciale per un’azienda di import-export e contemporaneamente allenatore della nazionale giovanile belga, per Sablon la svolta arriva nel 1985, quando diviene il vice-allenatore di Thys nella nazionale maggiore. Non passa nemmeno un anno e il Belgio ai Mondiali centra la sua miglior prestazione di sempre.  Ma nel calcio il tempo e la memoria sono labili come foglie al vento: Thys perde il posto dopo aver mancato la qualificazione agli Europei del 1988 e non basta certo la riconoscenza per quanto fatto in passato. Così sulla panchina dei Diavoli Rossi si accomoda Walter Meeuws, con Sablon a fargli da assistente. Il tecnico fiammingo guida il Belgio per sei partite, qualifica la squadra a Italia ’90, ma la stampa ne chiede la testa e, a gran voce, viene richiamato ancora una volta, Guy Thys.

I risultati tornano a sorridere e anche se il Belgio viene estromesso negli ottavi, la squadra dimostra carattere, buon gioco e qualche interessante prospetto. In quella rosa, nonostante non venga mai schierato, c’è anche Marc Wilmots.

È il 118′ della partita contro l’Inghilterra, Sablon sta redigendo la lista dei rigoristi, ma David Platt, con un gran goal, rende vano il lavoro dell’assistente di Thys. Rinfoderata la matita e stracciata la lista, per Sablon sarà solo questione di tempo: arriverà infatti il momento di redigere una lista, un elenco più importante di quel foglietto naufragato poco prima di approdare ai calci di rigore. Tempo al tempo.

Passano gli allenatori ma Sablon resta al suo posto e dopo il Mondiale italiano, il ruolo di commissario tecnico viene ricoperto prima dalla vecchia gloria Paul Van Himst e successivamente da un altro ex giocatore (dopo Meeuws) della scuola di Thys, Wilfried Van Moer.

«Ho un piano per cambiare radicalmente il nostro percorso fin qui tracciato»
Michel Sablon

sablon 2

Michel Sablon

Un bel giorno, Michel Sablon viene nominato direttore tecnico della Federazione calcistica belga. È un traguardo prestigioso, importante. Sablon si guarda intorno. Il panorama calcistico belga è desolante. Sullo sfondo ci sono le macerie del disastroso Euro 2000 (organizzato a quattro mani con i dirimpettai dei Paesi Bassi) e l’eliminazione nella fase a gironi, con i padroni di casa estromessi da Italia e Turchia (completava il girone la Svezia). Il Belgio è un piccolo Paese popolato da appena 11 milioni di persone, con 34 club professionistici (in Italia sono 104, in Inghilterra 92) divisi in due leghe: i club stanno attraversando un periodo di crisi e faticano in Europa, il campionato è poco allenante, la federcalcio annaspa nello scandalo del calcio-scommesse e la nazionale fatica immensamente a ritornare su livelli accettabili.

È il 2006 e Sablon, con 16 anni di ritardo, questa volta una lista la scrive per davvero. È diversa, più articolata, strutturata per punti.

Sablon studia e viaggia. In Francia, Germania e Olanda scopre e analizza i segreti dei vivai e i migliori metodi di allenamento, poi quando rientra in Belgio impone le sue richieste a chi il calcio lo gioca e lo allena. Tutte le società belghe, da quel momento in poi, avrebbero dovuto far giocare i propri ragazzi con un modulo univoco per agevolare le nazionali giovanili: un 4-3-3 molto flessibile, addio ai più usati 3-5-2 e 4-4-2.

Altro punto nodale, uno dei più complicati da far passare, fu quello legato ai risultati. Difficile far capire a giovani giocatori, allenatori e club che il risultato, soprattutto nelle categorie giovanili, non deve essere la priorità assoluta. Sablon commissiona all’Università di Leuven (Lovanio) di studiare i filmati di oltre 1.500 partite e attraverso l’analisi scopre che il risultato e l’enfasi per raggiungerlo sono infinitamente superiori al bene primario: la crescita dei giocatori.

Le nazionali giovanili iniziano a muoversi in un’unica direzione, i giocatori passano dall’Under 17 all’Under 19 e non tornano più indietro, anche se l’età glielo consentirebbe, anche se ci sono tornei e partite importanti in cui la loro esperienza potrebbe essere un atout devastante. Niente da fare, prima la crescita, non il risultato. I risultati delle nazionali giovanili migliorano in maniera inaspettata e non preventivata. Questo perché il lavoro sui giocatori inizia a dare i suoi frutti. Il manifesto scritto da Sablon e dalla Federazione viene inviato nelle scuole calcio, agli allenatori e ai club di tutto il Paese.

Il gioco è fatto ma le cose non finiscono qui.

La federazione investe nei giovani e costruisce a Tubize un nuovo centro, rendendo gratuiti i corsi per diventare allenatore. I grandi club (Anderlecht, Bruges e Standard), nel frattempo, hanno ripreso a sfornare talenti e il campionato è tornato a essere, nonostante l’egemonia bianco-malva dell’Anderlecht, un torneo di discreto livello con una stagione divisa in fasi distinte: prima un girone all’italiana, composto da 16 squadre, e successivamente un girone playoff ristretto a 6 squadre che ne decreta il vincitore. Il campionato ha un’età media di 24,3 anni, la percentuale di stranieri è sempre alta (50.3%) ma è comunque sotto la media europea.

In patria i giocatori più giovani fanno il praticantato e quando espatriano lo fanno per approdare in club di prima fascia: ai Mondiali del 2014, su 23 convocati, solo 3 militavano nella Jupiler League e i restanti 20 si dividevano tra Premier League, Liga, Bundesliga, Serie A, Ligue1 e Premier Liga russa. La cosa incredibile è che il ct Wilmots avrebbe potuto convocarne molti altri, tutti in grado di mantenere lo standard qualitativo della selezione belga: basti pensare a Benteke, assente per infortunio, o al giovane Thorgan Hazard e ad altri ancora come gli emergenti Bakkali, Praet o Batshuayi.

Schermata 2015-07-04 alle 00.19.15Di questi giorni un’altra decisione, coraggiosa ma necessaria, da parte della federazione: nel 2016-17 le compagini “pro” passeranno da 34 a 24. Scelta motivata dalle spese di gestione troppo elevate, soprattutto per la serie cadetta, che verrà dimezzata da 18 a 8 concorrenti. Prevista una pioggia di retrocessioni e non mancano certo le polemiche. L’Osservatorio Nazionale belga, dopo un lungo conclave con le federazione, ha deciso di salvaguardare il calcio, evitando sanguinose retrocessioni per fallimento, consentendo ai club di vivere, non di vivacchiare. La federazione imporrà severi controlli di fair play finanziario e nonostante i buoni propositi, i piccoli club si lamentano perché sarà praticamente impossibile salire di categoria e molto più facile scendere.

Il rovescio della medaglia è l’appetibilità dei giovani a fronte di grandi offerte da parte dei club stranieri, soprattutto anglosassoni. I dirigenti belgi di vari club, negli ultimi anni, hanno visto partire senza troppe difficoltà alcuni dei loro pezzi pregiati: Januzaj (Man. United), Musonda (Chelsea), Bossaerts (Man. City) e Azzaoui (Tottenham), a fronte di compensi economici dieci volte superiori a quelli che possono promettere i club belgi; ma la cosa peggiore è che i club nulla possono nel momento in cui le offerte che ricevono per vendere i giocatori sono al ribasso. Prendiamo Januzaj: al centro di un caso internazionale (poteva scegliere tra sei cittadinanze: belga, serba, albanese, kosovara, turca e inglese) è stato ceduto per 550mila euro. Una grossa cifra per un giocatore di 16 anni (all’epoca), ma forse, tra qualche anno, il valore di mercato dell’esterno mancino sarà cinquanta-sessanta volte superiore ai soldi investiti dal Manchester United.

Januzaj manchester reutersI dirigenti provano a stoppare la diaspora giovanile, ma non possono promettere l’El Dorado e non bastano gli estremi tentativi di richiamo al buon senso: finire la scuola, diventare maggiorenne e dopodiché fare il salto. I soldi non fanno la felicità, ma aiutano, soprattutto in periodi di crisi come questi e le famiglie mettono in gioco motivazioni che vanno oltre la semplice passione sportiva. Il calcio smette di essere un gioco e diventa un lavoro. E se il treno passa una volta, meglio prenderlo al volo.

To be continued…

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