wallace

«Wallace is a riddle wrapped in a mystery, wrapped in a headband»

(Jon Wertheim)

 

Quando la signora Wallace accompagnò il figlio per la prima volta alla Simon Gratz High School, si sentì di rivolgere una raccomandazione un po’ particolare a coach Ellerbie: «Coach, lo prenda a schiaffi».

Da quel giorno sono passati circa 20 anni, e probabilmente il consiglio migliore da dare a Mike Woodson, attuale coach dei Knicks, squadra che ha appena avuto l’ardire di firmare “Sheed” , sarebbe proprio questo. Già, perché in questi vent’anni non è che le cose siano cambiate di molto, anzi, non sono cambiate per niente. Sta di fatto che alla veneranda età di 38 anni il nativo di Philadelphia si appresta a rientrare nel basket professionistico, a due anni di distanza dal ritiro annunciato dopo le finali del 2010 perse indossando la casacca dei Boston Celtics.

 

Di record nella Lega il buon Rasheed ne detiene soltanto uno (doppio): è all-time leader per quanto riguarda i falli tecnici presi in assoluto (308) e su singola stagione (40). È un po’ strano, ma soprattutto è un po’ poco, visto che stiamo parlando di un personaggio nelle cui mani scorreva abbastanza talento da farne la più grande ala forte che abbia mai maneggiato una palla a spicchi. Quando nel 1995 esce dai North Carolina e viene draftato dai Washington Bullets con la quinta chiamata assoluta,  Rasheed, quando ha voglia di giocare, in campo mostra già le qualità del giocatore totale: ha fisico, tecnica, intelligenza cestistica, movimenti in post praticamente immarcabili, è un ottimo difensore, è dotato di un tiro dalla lunga micidiale, dote piuttosto rara nei lunghi di quegli anni in cui i migliori interpreti del ruolo sono forse Chris Webber e Karl Malone. Ma la storia di Wallace parla di un uomo che ha sempre vissuto in direzione ostinata e contraria: contro allenatori, arbitri, media, istituzioni, ma soprattutto contro se stesso. Sono in molti a chiedersi cosa sarebbe potuto succedere se Rasheed avesse mai deciso di fare sul serio: probabilmente alle sue dita potrebbe sfoggiare qualcosina in più di quell’unico anello vinto (da protagonista) con i Detroit Pistons di Larry Brown nel 2004 demolendo gli strafavoriti Lakers con un inappellabile 4-1. Sì perché le occasioni nella carriera di Sheed non sono certo mancate: nel 1996 viene ceduto dai Washington Bullets ai Portland Trail Blazers in cambio di Rod Strickland. A Portland la tavola era apparecchiata per portare in Oregon uno-due titoli, ma gli uomini di Nate McMillan non andarono mai oltre le finali di Conference. Già, perché i “Jail Blazers” oltre a Wallace vantavano tra le proprie fila gente come Qyntel Woods, che aveva tanti vizi il più intrigante dei quali erano le lotte clandestine tra cani, Bonzi “I black out sometimes” Wells e Ruben Patterson, la cui carriera è impreziosita dai pugni in faccia presi in allenamento da Zach Randolph (eh si, c’è anche lui) e dalle condanne per reati di matrice sessuale. In questo bell’ambientino Wallace, pur senza mai flirtare con la legge penale locale, regala alcune autentiche perle: risponde durante un’intera conferenza stampa ad ogni domanda che gli viene rivolta con la frase “Both teams played hard” (Mourinho arriverà 10 anni dopo); a chi gli chiede come mai il suo rapporto con gli arbitri sia così burrascoso risponde “Some of those cats are felonious, man”. Un genio. Un genio che non viene compreso e fa di tutto per non esserlo: Wallace non sopravvive alle operazioni di bonifica dello spogliatoio di Portland e viene regalato ai Detroit Pistons di coach Brown in cambio di Abdur-Rahim e poco altro. La filosofia di Brown è semplice, lineare, immediata: “Play the right way”. Non una filosofia con la quale possa avere molto a che fare il nostro personaggio, direte voi: vero. E invece funziona: con coach Brown Wallace torna a sentire la magia della “Carolina connection”, ma soprattutto con l’approdo al Palace of Auburn Hills, passa da compagni di squadra come Woods, Randolph, Patterson a Billups, Hamilton, Ben Wallace.Gente tosta, dura e, se escludiamo Big Ben Wallace, forte, ma forte per davvero. E Sheed è il più forte di tutti, è il difference maker, e questa volta decide di far sul serio: si è fatto le ossa a Portland giocando contro campioni del calibro di Duncan e Malone,e adesso è in grado di insegnare pallacanestro su entrambi i lati del campo:segna tanto, segna da ogni posizione, non c’è un tiro nel raggio di 7 metri e mezzo che gli si possa lasciare, domina le plance, in post basso è marcabile solo da pochi eletti e in difesa con l’omonimo Ben forma una coppia difensiva come poche  nella storia. E’ proprio l’ambiente giusto: Wallace è amato da tifosi e compagni (una costante che si ripeterà lungo tutta la sua carriera), rivelando anche fuori dal campo doti umane fuori dal comune: di lui Dean Smith dirà che ai tempi del college il suo più grande difetto  era il troppo altruismo.

 

Il titolo arriva subito, al primo anno, asfaltando in finale i Lakers di Kobe e Shaq, spesso giustizieri dei Blazers negli anni precedenti, Lakers dove quell’anno militano anche Karl Malone e Gary Payton, due campioni assoluti che si stanno giocando (male) il loro canto del cigno. Non durerà, e Sheed ci metterà del suo: l’anno dopo, in finale contro i San Antonio Spurs nella “pivotal game five”, nell’ultima e decisiva azione, raddoppia Ginobili in angolo e lascia a “Big Shot Rob” Horry, che lo aveva preso a calci per tutta la partita, il tiro della vittoria. Se uno lo chiamano Big Shot Rob, tendenzialmente il tiro decisivo in una gara 5 della serie finale non dovresti  lasciarglielo. In gara 7, pur regalando sprazzi di grande pallacanestro, si autoesclude per buona parte della partita commettendo alcuni falli ben oltre il limite dell’assurdo. È finita, ed è durata poco. L’anno dopo in panchina non siede più Brown, al suo posto è arrivato Flip Saunders. La differenza c’è e si vede: i Pistons non riusciranno più a spingersi oltre la finale di Conference, stanno invecchiando, alcuni giocatori sono l’ombra di loro stessi e le stelle di Miami, Boston e Cleveland stanno iniziando a brillare troppo fulgidamente perché i bad boys di Detroit possano oscurarle. I Pistons devono rifondare, e Wallace finisce alla corte di Doc Rivers, in quei Celtics che due anni prima hanno issato il diciassettesimo gonfalone su quel ricettacolo di storia e leggenda che è il tetto del TD Banknorth Garden. Wallace dura un anno, nel quale si mette in luce per un auto canestro contro i Bulls che è un’opera d’arte, ma anche e soprattutto per giocare da protagonista nei Play off, dopo aver dormito per un anno il sonno dei giusti, portando assieme a Pierce, Rondo, Allen e Garnett la squadra alle Finals, dove dovranno arrendersi ai Lakers dopo aver venduto carissima la pelle per sette indimenticabili gare. Il duello con Gasol è esaltante: il contrasto di stili è netto ma quasi non si vede, perché i due sono così completi che ti disorientano. Spada, fioretto o sciabola, nessun problema, e se è vero che a spuntarla sono i Lakers, la superiorità di Wallace sul Catalano in termini di personalità è evidente. E allora la domanda si pone di nuovo, e di nuovo non ha risposta: perché, Rasheed? Perché muoverti in questa selva di comuni mortali con sguardo altero e passo svogliato, quando se avessi stretto il pugno ti saresti preso il mondo? Provate a chiederglielo, e probabilmente vi risponderà “I’m not Jesus or nuthin”,come rispose ai giornalisti dopo una gara di play off nel 2004.

 

Io una mia opinione me la sono fatta: non gli è mai realmente interessato. Questo, e in più la follia, la stessa follia che lo porta a staccare le scarpe dal chiodo all’età di 38 anni e a “portare i suoi talenti” al Madison Square Garden. Un rientro che ha fatto rumore, più rumore di quanto probabilmente ci si dovrebbe aspettare da un evento del genere, ma il rumore è tanto perché a smuoversi sono sentimenti forti. Wallace si ama o si odia, e questo sarebbe banale se non fosse che il 99% di chi si è mai vagamente interessato a questo sport è fatalmente portato ad amarlo. Perché c’è in Sheed qualcosa di regale, qualcosa di decadente e meraviglioso, è l’antitesi dell’uomo-macchina modello Lebron James, qualcosa di artistico, se è vero che esiste l’arte nello sport, qualcosa di ineffabile. Sheed è, come lo definì Federico Buffa, un’altra fidanzata sbagliata. E se è vero che a 38 anni ai Knicks in campo potrà dare poco o niente, darà moltissimo all’NBA in particolare e al basket in generale. Bentornato Sheed, ci eri mancato.

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