Tour De France 2002 - Armstrong at the doping control

Caro Direttore,

Le scrivo riguardo la vicenda Armstrong; sicuramente firme più preparate di me commenteranno la notizia della confessione del ciclista texano in maniera più accurata e precisa, ma quelle che le proverò a fare sono le considerazioni di un tifoso, deluso e amareggiato dalla vicenda.

lance da oprahDevo ammetterlo, anche dopo il famoso rapporto dell’USADA dentro di me ho sempre sperato che tutta questa storia fosse l’ennesimo tentativo di distruggere un mito. Ci ho sperato o, in qualche modo, me ne sono convinto, ho provato a trovare mille e una ragioni per la quale fosse stata messa in moto quella che credevo una macchina del terrore. Sembrerò ridicolo, forse lo sono. Ma penso anche che siano le umane considerazioni di un ragazzo cresciuto con il mito di Lance Armstrong e che fatica a credere tutto ciò.

Fatico a credere ma ancor di più fatico a capire il perché di tutta questa vicenda. Mi risulta difficile, in questo momento, comprendere l’ex stella americana, nonostante tutto però non penso che tutto ciò possa intaccare in qualche modo la sua storia di vincitore. Sono consapevole che questa frase possa sembrare leggermente moralista o, per meglio dire, buonista; insomma la solita frase che tende a salvare tutto nonostante tutto. Ma la mia intenzione non è santificare qualcuno che ha compiuto errori gravi e per i quali dovrà pagare. Provo a spiegarmi meglio.

Sugli errori che, a quanto pare, ha commesso veramente, non di discute, li ha commessi e per questo deve pagare e pure tanto (anche se credo che tutti questi anni passati a negare tutto, gli ultimi in particolare, siano stati umanamente molto duri per Armstrong). Tuttavia sono ancor più convinto che quello che è stato il personaggio Armstrong, non solo il ciclista insomma, ma tutta la sua storia e quindi tumore compreso, non si cancelleranno immediatamente; certo probabilmente tutti si sono lasciati affascinare fin troppo da questa bella storia, io per primo, ma è altrettanto vero che lui il cancro lo ha sconfitto per davvero, e che dopo averlo sconfitto è riuscito a tornare a fare quello per cui era nato. Ecco sicuramente poteva e doveva evitare la scorciatoia del doping, ma nonostante ciò penso che sia comunque stato un esempio per tante persone che hanno dovuto combattere contro il tumore.

Peccato solo per questo triste epilogo.

Prima di concludere però, avrei qualche domanda, nella speranza che lei o altri possano rispondermi; come può l’UCI criticare tanto quando, da quanto filtra, Armstrong era aiutato proprio da persone che lavoravano all’interno della stessa organizzazione? E non trova esagerato radiarlo da ogni competizione sportiva? È vero ha sbagliato, ma perché non farlo più gareggiare in nessuno sport (vedi triathlon)?

Grazie.

Luigi Bottecchia

Caro Luigi,
ti ringrazio per questa riflessione su Armstrong che ci dà l’opportunità di affrontare il tema qui su Contropiede. Posso capire l’amarezza e le considerazioni da tifoso deluso, ma non nascondo che sulla vicenda la penso in modo piuttosto diverso.
Tanto per cominciare, Lance Armstrong non mi ha mai affascinato particolarmente. Freddo, calcolatore, una macchina praticamente: io il ciclismo lo amo per gente come Contador, Purito o Pantani, che non calcolano e difendono i secondi di vantaggio conquistati in una cronometro, ma vanno all’attacco delle montagne affrontando imprese talvolta più grandi di loro. Detto questo, le mie personali preferenze in materia di corridori nulla c’entrano con la questione.

Tour De France 2002 - Armstrong at the doping controlEntrando nel merito, tu credi che il texano «sia comunque stato un esempio per tante persone che hanno dovuto combattere contro il tumore». Ebbene, io non lo penso affatto. Ha sconfitto il cancro, verissimo. Ma non è stato merito suo. Personalmente credo che quando si sconfigge un tumore il merito vada piuttosto ai progressi della medicina o ancora più semplicemente alla volontà del buon Dio. Proprio qua credo che sia stato l’inizio della fine di Lance Armstrong. Anziché essere felice e grato di aver sconfitto il cancro e aver potuto tornare in sella, il texano ha cominciato a sentirsi un dio. Ha cominciato a credere di potersi permettere tutto, perché tanto lui era diverso. Era un predestinato, che aveva conquistato una maglia iridata, che si era ammalato di cancro, che ne era uscito vincitore, e che era tornato in sella. Ha perso il senso della misura, ha creduto di non avere alcun limite. E allora ha costruito quel terribile sistema di doping con cui ci ha preso in giro per anni e con cui è entrato di frodo nella storia del ciclismo vincendo sette Tour. Non gli interessava più vivere, l’unica cosa che desiderava era raggiungere i traguardi personali che si era prefissato per gloria personale, senza guardare in faccia a niente e a nessuno.
E forse proprio il tumore sconfitto è stato ciò che gli ha fatto credere di essere padrone del proprio destino. Penso che coloro che lottano contro il cancro non abbiano bisogno dell’ “esempio” di qualcuno che si crede un superuomo, ma piuttosto di chi faccia loro una semplice e umana compagnia, nella consapevolezza che un tumore si può vincere ma anche no.

File photo of Lance Armstrong taking part in a special session regarding cancer in the developing world during the Clinton Global Initiative in New YorkChe ora l’Armstrong uomo, caduto dal suo piedistallo, abbia bisogno di perdono, non c’è dubbio. E per quel che riguarda la sua confessione e ciò che ora chiede a noi e al mondo intero, rimando al bellissimo articolo di Mattia Ferraresi sul Foglio.
In tutta sincerità credo che la parabola di Armstrong non abbia nulla di eroico, ma sia intrisa piuttosto di arroganza e tracotanza. Armstrong ha peccato di hýbris, ora può solamente pentirsi e chiedere scusa, innanzitutto a se stesso.
Se poi potrà essere protagonista in qualche altra disciplina sportiva tipo il triathlon lo decideranno gli organi competenti, ma non mi sembrerebbe uno scandalo se dovesse essergli impedito di competere a livello professionale in qualsiasi altro sport. Forse, anziché intraprendere nuove sfide agonistiche, è arrivato il momento di affrontare la sfida della vita di tutti i giorni, che è ben più dura della salita di un Mont Ventoux.

Giacomo Moccetti

P.S. Come tutti, sono in attesa di vederlo nella sua confessione da Oprah Winfrey. Anche perché non nascondo che pure questo improvviso vuotare il sacco non mi convince a fondo, e mi viene il dubbio che sia frutto di un altro calcolo per poter evitare la galera e la bancarotta. Ma questo non lo sapremo mai, e di certo non sta a me giudicare se il suo pentimento sia sincero o di convenienza.
Ah, e per quel che riguarda l’Uci, non mi sembra ci sia molto da dire: si sono mossi male e in malafede sul caso Armstrong, e siamo in attesa che la pulizia del mondo del ciclismo cominci proprio dai vertici.

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Un altro modo di raccontare lo sport.

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