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12Ci ricordiamo di lui ad intervalli regolari di quattro anni, è così da Lillehammer ’94 fino a Sochi 2014, passando per Nagano ’98, Salt Lake City 2002, Torino 2006 e Vancouver 2010. Sì, siamo un popolo di ipocriti paraculi, va ammesso. Ma se Armin Zoeggeler scrive la storia non si può passare oltre addicendo la scusa del voler essere coerenti. Talvolta la coerenza va messa da parte ed anche se di slittino non ce ne può fregare di meno, se Armin diventa leggenda merita che per un giorno, o anche solo qualche ora, l’Italia diventi la patria delle discese in slitta, la Lapponia col suo Santa Claus adornato di medaglie come neppure il miglior albero di Natale il 25 dicembre.

Zoeggeler è un soggetto da sudiare, non stupirebbe nessuno scoprire che il campione di Merano, dopo ogni Olimpiade, venisse ibernato fino a quella successiva. Da quando è divenuto professionista, nonostante siano passati oltre vent’anni ed alla anagrafe, lentamente, i documenti dicano che pure lui invecchia, la faccia, l’atteggiamento e l’apparenza sono sempre rimasti tali e quali. Da giovane pareva un maturo gladiatore, da maturo gladiatore appare un giovane ed aitante combattente. Saranno quei lineamenti scolpiti nei ghiacci del Trentino, o quegli occhi in cui alla partenza vedi già l’arrivo ed in cui all’arrivo vedi già la partenza successiva, ma Armin non invecchia mai. Robocop della slitta, ma fatto di carne ed ossa (dicono). Un personaggio che visivamente pare esser stato disegnato a parole dalla sapiente penna dei grandi del thrilling, uno che ci vedresti bene in un’avventura sui ghiacciai della Groenlandia plasmata dalla mente di Clive Cussler. Così Armin spunta ogni quattro anni, mette la sua firma sull’ennesima Olimpiade invernale e poi sparisce, fino alla successiva.

AZ ReutersIeri a Sochi però, alla fine della quarta manche, il suo sguardo freddo s’è improvvisamente acceso e la sua infrangibile corazza emotiva s’è scalfita. Probabilmente, tra quattro anni, non rivedremo più Armin alla partenza della gara di slittino perché oramai Zoeggeler è leggenda. Sei Giochi Olimpici invernali, sei volte consecutive sul podio: due ori, un argento, tre bronzi e due generazioni di atleti che hanno dovuto vedersela con il gladiatore scolpito nei ghiacci. Intramontabile, coriaceo, fortissimo: tanti aggettivi possono adattarsi, come un mantello da supereroe, sulle sue spalle, ma oramai anche quelli servono a poco. È leggenda, e questo basta. Nessuno sportivo, in nessuna epoca ed in nessuno sport è riuscito a fare quanto lui, ad ottenere tanto quanto lui, ad issare orgoglioso la bandiera della propria patria in alto quanto lui. Quest’anno è stato portabandiera e mai, a memoria, qualcuno ha avuto più physique du rôle di lui per questo ruolo. Lo vedevi lì, davanti a tutti, marciare da condottiero onorevole come se, in quel momento, nessun compito fosse più importante che tenere in mano quel tricolore. Dietro era un divertente caos, un agitarsi di mani in saluto, di gridolini di gioia, di coinvolgente entusiasmo. Ma lui no, lui era emozionato, si vedeva, ma senza agitazione, senza forzature. Era emozionato e basta. Era la bandiera che teneva la bandiera e non poteva e voleva permettere che un’emozione prendesse il sopravvento sul suo ruolo di glorioso condottiero azzurro.

Zoegeller ieri ha vinto ancora, seppur sia arrivato solamente terzo. Ha vinto ancora perché a quarant’anni riuscire nuovamente ad essere in alto è già di per sé qualcosa di strepitoso, perché riuscire a scrivere una pagina di storia (quasi) eterna è una roba da leggende vere. Ha vinto ancora perché, nello stesso ghiaccio in cui sono scolpiti i lineamenti duri del suo volto ha scolpito il suo nome, a chiare lettere. Quel ghiaccio è lo stesso di Merano, di Lillehammer, di Nagano, di Salt Lake City, di Torino e di Vancouver e sarà lo stesso di Pyeongchang e poi di chissà dove. È il ghiaccio di Armin. I cerchi olimpici sono cinque, ma solamente lui potrà vantarsi di averne sei, uno per ogni anno, uno per ogni vittoria, d’oro, d’argento o di bronzo che sia.

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Crede nello sport come forma di narrazione, è Dottore in giurisprudenza perché crede ancora nella giustizia e legge per tenere i piedi ben saldi sulle nuvole. Ha trovato una Winston blu. L'ha fumata. @Andrea_Ross89

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