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Ad inizio marzo, intervistato da Sky dopo la vittoria della Juventus sull’Atalanta, a precisa domanda di Paolo Condò circa la considerazione che c’è all’estero del calcio italiano, Patrice Evra rispose come pochi si sarebbero potuti aspettare, sperticandosi in profondi elogi del pallone nostrano: il terzino della Juventus spiegò come in Italia, per poter giocare in maniera efficace, occorra essere “intelligenti”, al contrario che all’estero, dove gli avversari si affrontano come pugili un po’ irruenti e poco furbi che se le danno e se le danno finché uno dei due non va KO. Al di là del ridicolo applauso e dei “Bravo Patrice!” da parte dello studio e degli ospiti tutti, gli stessi che fino alla puntata precedente si accodavano alla carovana di soloni che dissertavano indignati su quanto il nostro calcio sia arretrato e medievale e di come sia più bello e felice il mondo dei campionati esteri dove il portiere lo fa un centrocampista e dove giocare con meno di 7 attaccanti è vietato dalle costituzioni vigenti, il buon Evra, uno che ha giocato 5 finali di Champions League (vincendone solo una, ahilui) e che è stato per anni terzino inamovibile del Manchester United, ha detto una sacrosanta verità, che dovrebbe far riflettere tutto il mondo del calcio del Belpaese.

Italia82Intelligenza: quella che, da vulgata popolare, stiracchiata concessione straniera e tutto sommato anche da sincero realismo, contraddistingue noi italica gente furbetta, un po’ sfrontata e un po’ paracula, che però in un modo o nell’altro sa sempre come fare per portare a casa la pagnotta. È così da sempre e rispetto a qualsiasi cosa, e lo è stato anche nel calcio, dove al di là della nostra proverbiale smargiasseria dei tempi d’oro in cui spendevamo e spandavamo anche senza averne, abbiamo sempre fatto di necessità virtù. Tatticamente, anzitutto: un calcio pratico, essenziale, libero da fronzoli e fioretti e incentrato su solidità e sciabola, che ci ha regalato, tanto per dirne una, ben due Mondiali per i quali partivamo tutt’altro che favoriti (1982 e 2006). Una tradizione calcistica che, come ogni altra, riflette e mutua la genetica basilare della società in cui si incardina, ed ecco che con il passare del tempo quel lineare pragmatismo tutto teso ai 3 punti e va bene così s’è fatto cultura: il calcio italiano è difesa granitica, centrocampo spiccio e attaccanti veloci, contropiedisti, con un bomber d’area a raccattare le dosi industriali di lanci lunghi che partono da una retrovia che attraverserebbe più volentieri un oceano a nuoto che la linea di centrocampo.

gettyimages-528945352E, poche storie, così si è vinto, a livello di nazionale e di club, perché, eccezion fatta per gli anni sacchiani del Milan, i successi del calcio italiano fin dalla sua fondazione si sono realizzati grazie a questa impronta. Che, peraltro, è ancora tremendamente attuale. Basti vedere le imprese migliori di questo 2016, ovverosia la Premier League vinta dal Leicester e la finale di Champions League conquistata dall’Atletico Madrid: due squadre dal gioco fortemente nostrano (non a caso allenate una da un tecnico romano e un’altra da un allenatore formatosi da noi), che in forza dei principi suddetti hanno fatto pelo e contropelo alle circensi multinazionali britanniche e alle superbe e un po’ effeminate corazzate catalane e bavaresi. E perché no aggiungiamo anche la Juventus, capace di una partita di ritorno contro il Bayern eccezionale, tatticamente parlando, fatta di difesa e ripartenza che nel primo tempo ha fatto passare i ragazzotti di Pep come gli ultimi dilettanti allo sbaraglio e che non è simeonediventata leggendaria solo per un mancato rinvio di, ancora lui!, Evra (probabilmente con ancora qualche riverbero inglese per cui bisogna passarsi la palla anche sulla linea di porta). Eppure tutta Italia, oggi, piange una sorte considerata avversa, ahinoi priva delle finanze e della fantasia tatticamente creativa dei milletrecentoquarantotto passaggi per metro quadro, del possesso palla all’800 percento e delle ali impiegate come terzini, salvo poi notare che, come contro Leicester e Atletico Madrid, dopo tutti quei tocchetti si è ancora lì, nonostante il pallone sia stato sempre mio-solo-mio non si è quasi mai tirato in porta, e che si è perso perché quella stramaledetta ala-che-fa-il-terzino-così-spinge si è fatta uccellare alla prima diagonale richiesta da farsi come Dio comanda. Smettiamola, dunque, di crogiolarci in questo noioso e poco costruttivo complesso di inferiorità, erigiamo ad orgogliosa bandiera il nostro calcio difensivo, brutto, sporco e cattivo che però ci ha sempre fatto vincere e dai che se la piantiamo di rincorrere il tiki-taka perché così fan tutti ancora vincere ci farà. Negli ultimi anni, nel tentativo di essere come quelli là, abbiamo solo rimediato figuracce. Ascoltiamo il buon Evra, per la miseria. Lo ascolti il ct Conte, lo tenga ben a mente durante la trasferta francese: che Bayern, Barcellona e inglesi varie saranno anche carine e patinate, ma sono Leicester e Atletico ad aver vinto (una toccatina per i “colchoneros”, qui, è d’obbligo…). E ci è piaciuto un sacco non perché sono una bella favola e bla bla bla, ma proprio perché siamo italiani.

Un commento a “Apologia del calcio italiano

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