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«Tutte le famiglie felici sono simili le une alle altre; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.»
Russia, 1874. Anna Karenina, sposata con Aleksei Karenin e madre del piccolo Sereza, viene chiamata dal fratello Stiva per aiutarlo a convincere la moglie Dolly a non lasciarlo, in seguito a una delle sue scappatelle. A San Pietroburgo, Anna incontra il giovane conte Vronskj, che si innamora di lei e la segue a Mosca. Dopo un lungo corteggiamento, Anna si innamora del conte e tradisce Karenin, in un continuo conflitto che la porterà alla tragedia più grande.

La storia la conoscono tutti, o almeno è quello che si spera. In molti, sia in teatro che al cinema che in televisione, hanno cercato dAnna-Karenina-set-designer-1-lgn rendere omaggio alla straordinaria opera d’arte di un genio come Lev Tolstoj, e ognuno ha dato la propria visione di una grande storia come quella di Anna Karenina.
Il nuovo lavoro del regista Joe Wright, in uscita nelle sale italiane giovedì 21 febbraio 2013, è senza dubbio tra i più particolari. La storia viene ambientata in un teatro, in una sorta di “meta teatro nel cinema” che scardina le regole classiche di ripresa e di recitazione. Da un ambiente si passa ad un altro con lo spostamento di un muro, di una luce o di una scala. Lunghi piani sequenza danno l’impressione di una reale esibizione teatrale (o dei primi sceneggiati italiani), regalando una grande e imponente messa in scena, insolita ma interessante.
Se da una parte questa chiusura della storia in un luogo solo rischia di far perdere la profondità del racconto, dall’altra rende lo spazio circolare, quasi a parafrasare visivamente il vortice degli eventi che coinvolgono Anna e la portano alla rovina.
Numerosissime le scene che rievocano un balletto, con movimenti che sono vere e proprie coreografie (la più evidente è quella della seduzione tra Anna e il conte Vronskj).
Quello che solitamente è visto come un contorno, quello che lo spettatore, di norma, nemmeno considera (a meno che non sia sciatto, allora salta all’occhio), qui è portato all’estremo e la fa da protagonista. Le luci, i costumi, le musiche, i movimenti. Sono loro i veri protagonisti del film, e non per niente le nomination agli Oscar non riguardano né recitazione né regia, bensì scenografia, costumi, colonna sonora e fotografia.

fotorecensio2Joe Wright consolida, in questo nuovo film, un trio che lo aveva felicemente accompagnato nel 2005, nella realizzazione di Orgoglio e Pregiudizio: Keira Knigthley nel ruolo di Anna, Matthew MacFadyen in quello del fratello Stiva, e il compositore italiano Dario Marianelli alla colonna sonora.
In generale, la scelta del cast è buona. Intensa la recitazione di Jude Law (che interpreta Karenin), drammatica e sensuale Keira Knightley (Anna Karenina), e sufficientemente intrigante Aaron Johnson (il conte Vronskj).
A lasciare perplessi e dispiaciuti, soprattutto per chi ha letto lo straordinario romanzo, è la riduzione che viene fatta, sia della storia che dei personaggi.
La complessità di un uomo come Karenin è più profonda di un semplice marito tradito. Vronskj è molto di più di un ragazzotto piacente che si invaghisce di una donna sposata. Levin non ha un atteggiamento da loser e, per quanto timido, non è così moscio fino alla fine.
Ma soprattutto Anna. Riducendo lei, si riduce tutta la portata drammatica della storia. Una storia che, se fosse solo di adulterio, sarebbe stata sepolta anni e anni fa come una delle tante. Magari scritte bene, ma una delle tante. Se il conflitto di Anna fosse solo con la società, sarebbe solo un’eroina tragica postmoderna, incompresa e straziata.
Ma Anna Karenina è molto di più. Il suo conflitto è prima di tutto e soprattutto interiore. Nel film di Wright, Anna salta quasi di gioia nell’annunciare al marito il suo tradimento. Nulla è detto di quella vergogna di cui parla Tolstoj, lo smarrimento e l’angoscia che sconvolgono la vita di Anna, il perdono che lei chiede a Dio.
«Ma quanto più forte egli parlava, tanto più bassa ella chinava la testa, un tempo orgogliosa e gaia, ora vergognosa […] — Dio mio, perdonami! — diceva, singhiozzando, stringendo al petto le mani di lui. Si sentiva così colpevole e peccatrice che non le restava che prostrarsi e chiedere perdono.»
Questo conflitto è continuo, è la fiamma che tiene viva tutta la narrazione, è ciò che le da corpo ed è, soprattutto, ciò che la rendefotorecensio contemporanea, che rende un romanzo come Anna Karenina una lettura decisamente obbligata.
Questa complessità, nel film di Wright (come nella maggior parte delle realizzazioni cinematografiche fatte finora) manca. È sicuramente un dramma più “di pancia” vedere una donna isolata dalla società e ripudiata dall’opinione pubblica, ma rende la sua fine molto meno tragica.
Inoltre, e non è una mancanza da poco, il suo rapporto con il figlio rasenta lo zero. E mai, l’Anna di Tolstoj, avrebbe dimenticato il piccolo Sereza con tanta leggerezza.

Nel complesso, Anna Karenina, di Joe Wright, è un buon film per quanto riguarda l’adattamento, ed è molto buono per la sua realizzazione. È un film intellettuale, difficile da guardare, non lineare nelle immagini e nel montaggio, ma estremamente interessante e seducente.
Un esperimento che è piacevole vedere.

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