jon-paul

Il 15 aprile 1989 e il 12 settembre 2012 sono diventate due date storiche per il calcio inglese e per l’intera città di Liverpool. Ormai più di 23 anni nell’inferno dell’Hillsborough perdevano la vita 96 tifosi del Liverpool, 96 persone. Il più piccolo, un bambino di 10 anni, si chiamava Jon-Paul Gilhooley cugino quasi-coetaneo del capitano dei Reds, Steven Gerrard. È per lui che Gerrard scende in campo ogni giorno, che di allenamento o partita si tratti. Ed è per quel ragazzino, per gli altri 95 dell’Hillsborough che non ci sono più e per le loro famiglie che ieri gli uomini di Rodgers sono scesi in campo allo Stadium of Light di Sunderland (risultato finale: un 1-1 in rimonta che, per le condizioni in cui versa questa squadra, è oro colato).

Se ne è parlato tanto negli ultimi giorni, dopo la pubblicazione del voluminoso report di una commissione d’inchiesta ad hoc voluta dal premier Cameron, su spinta di moltissime associazioni civili riunite sotto il motto: “JFT96: Justice for the 96”. Giustizia. Non solo perché 96 e più famiglie, una tifoseria intera, una città intera da 23 anni piangono i loro cari che se ne sono andati nel modo più crudele, ma anche di più, perché per tutto questo tempo hanno dovuto convivere con la vergognosa accusa di essere padri e madri, fratelli e sorelle, mariti e mogli, figli e figli di hooligans, di gente che quella morte se l’era cercata. Tutti, dalle autorità (governo Thatcher in primis) ai media (con il Sun che pubblicava un’inchiesta totalmente fasulla mirata a descrivere i tifosi dei Reds come delle bestie senza cuore), hanno cercato di far passare l’idea che le vittime di quella strage fossero state carnefici a se stesse. Finalmente, il 12 settembre scorso, dopo una battaglia pluridecennale portata avanti con il sostegno di centinaia di migliaia di persone, il governo e le forze dell’ordine hanno riconosciuto pubblicamente di aver sbagliato, di aver coperto i veri responsabili della baraonda creatasi allo stadio di Sheffield, e per bocca di Cameron hanno chiesto scusa alle vittime e ai loro cari per la “doppia  ingiustizia” che hanno dovuto subire.

 

È stata una settimana intensa a Liverpool, e mercoledì 12 una giornata indimenticabile, come mai prima ne erano accadute, almeno da quel maledetto sabato di aprile. Il 15 aprile di ogni anno nella città della Mersey viene organizzata una toccante commemorazione, in cui vengono letti e ricordati i nomi di tutti i 96 che persero la vita all’Hillsborough. Ad Anfield Road l’orologio è sempre fermo alle 15.06, l’ora in cui la partita con il Forest venne sospesa. Gli avvenimenti degli ultimi giorni, lo si può facilmente capire, hanno riaperto con forza quella profondissima ferita in tutta la città, e nemmeno l’eventualità (a dire il vero assai remota) che i veri responsabili vengano chiamati a rendere conto delle loro azioni può contribuire a rimarginarla.

 

Ieri doveva essere una giornata dedicata alla memoria, al dolore per i 96 angeli dell’Hillsborough. Lo è stato in tutta Inghilterra, eccetto che a Manchester, al Theatre of dreams, all’Old Trafford, dove i tifosi dello United hanno tenuto fede al loro soprannome e come diavoli scatenati senza cuore e pieni di odio neanche ieri si sono fermati e hanno voluto ricordare a modo loro quelle vittime innocenti. Canti vergognosi, dai più classici e anche passabili “if you all hate scousers clap your hand” alle disumane urla “murders” e agli infami cori come “always the victims, never your fault” (“sempre le vittime, non è mai colpa vostra).

 

Cose che capitano in tutti gli stadi (eh sì, anche in quelli inglesi, solitamente coperti da una patina di misticismo leggendario per gli osservatori italiani, meglio se di sinistra – perché l’Italia fa schifo mentre l’Inghilterra laburista è un esempio di civile convivenza sociale). Ma che almeno ieri avremmo voluto non sentire, per lasciar spazio a un silenzio come quello che riporto di seguito.

 


 

twitter@MattiaSavoia

0 Commenti a “Angeli e demoni. I 96 dell’Hillsborough e i diavoli rossi

Rispondi