verratti weiss

Benvenuti al Bar Contropiede, dove tra un caffè ed una spuma il calcio domina dietro al bancone. Accomodatevi e rilassatevi, vi serviremo subito.

Il golfino, come lo chiama mia nonna, è una delle cose che più mi infastidiscono. È un oggetto che in sé rappresenta un cambio di ciò che ti circonda, perché quando lo tiri fuori dall’armadio impregnato di quell’odore pungente della naftalina, significa che il cambio di stagione è in corso e che quindi, volente o nolente, devi girare pagina in questo breve arco di vita che rappresenta una stagione. Ma, molto più banalmente, mi infastidisce perché non so mai dove metterlo. La mattina esci che c’è quell’arietta fresca, indi per cui lo indossi senza tanti problemi, ma appena il sole sale, e con esso la temperatura, il golfino diventa di troppo. Tenerlo sulle spalle mi fa sentire un pensionato alla ricerca di nuovi cantieri da commentare e legarlo in vita invece mi rende terribilmente sfigato.
In sostanza entrai al bar Contropiede con la grande voglia di arraffarmi un paio di seggiole tutte per me: una per il mio corpo ed una per il mio golfino. Appena entrato notai che una serie di tavolini solitamente al lato sinistro dell’entrata erano stati tutti posti in fondo alla sala, così da creare un’unica tavolata sormontata da uno striscione recante la scritta “Bentornati Emigrati!”. Sbuffai e mi accomodai ad uno degli sgabelli davanti al bancone, infastidito dal dovermi tenere il fastidioso golfino sulle ginocchia.

bar sport«Buondì« dissi rivolto al barista «si fa festa oggi?» domandai poi indicando con un movimento del capo la tavolata in fondo alla sala.

«Eh si, sono tornati in Italia per un po’ di giorni due miei vecchi amici e così abbiamo deciso di riunire il gruppo per un aperitivo» mi disse il barista con un gran sorriso. Si vedeva che era contento di rivedere i suoi vecchi amici, ma ciò non cambiava il fatto che io non avevo il mio tavolino a disposizione.

«Capisco. Però un tavolino potevi anche tenermelo…» dissi con tono seccato.

«Mi dispiace, era da qualche giorno che la non vedevo, non potevo sapere che proprio oggi sarebbe passato. Per scusarmi le offro io un caffè se prende qualcos’altro».

«Ma figurati!» risposi declinando l’offerta. La sua cortesia cancellò qualsiasi negatività in me. Così ordinai un succo all’arancia ed una brioche liscia. Il barista insistette per un caffè, ma ringraziai e mi accontentai di ciò che avevo ordinato. Cominciai a dare una veloce sfogliata ai quotidiani lì presenti quando, all’improvviso, una grande baraonda ruppe la pace del locale. Una decina di uomini entrò al Contropiede e tra strepitii e risate salutarono il barista. Erano tutti uomini sulla trentina, o poco oltre, ed otto di loro creavano una sorta di cerchio al centro del quale stavano altri due, probabilmente i festeggiati. Il barista, per la prima volta in anni di frequentazione del bar, uscì da dietro il bancone ed andò ad abbracciare i suoi amici. Giuro che se avessi scoperto che in realtà non era dotato di arti inferiori non mi sarei impressionato: per me il barista del Contropiede è sempre stato un mezzobusto, un po’ come i conduttori dei telegiornali.

«Allora, visto che bel tavolo vi ho preparato?» esclamò il barista, che in quel momento, per la prima volta, scoprii chiamarsi Giacomo. Accompagnati da quella gioiosa caciara con cui erano entrati nel locale, si accomodarono alla loro tavolata. Giacomo si sedette con loro e dietro il bancone si posizionò il ragazzetto che solitamente lo aiutava la mattina.

«Un applauso ai due emigrati!» urlò qualcuno al tavolo e un gran fragore si alzò. Ammetto che ero decisamente curioso di sentire la loro storia e così, facendo finta di nulla, mi misi ad ascoltare i loro discorsi, anche perché non avevo molto di meglio da fare altrimenti, se non pensare a dove appoggiare quel dannato golfino.

verratti weissScoprii così che uno era un calciatore e l’altro un ingegnere. Il primo, cresciuto nelle giovanili di una grande squadra e con una carriera passata tra i campi di serie minori, qualche anno fa aveva deciso di tentare la fortuna all’estero. Ora era il capitano di non so quale squadra ed ha giocato diverse partite in Europa League, oltre ad un paio addirittura in Champions. Aveva preso la nazionalità portoricana, probabilmente attraverso qualche parentela, ed era diventato un perno inamovibile della nazionale caraibica. Il secondo invece, purtroppo, ha una storia molto più comune: laureato a pieni voti nel Belpaese, dopo una serie di cocenti delusioni lavorative, ha deciso tre anni fa di emigrare in Germania, dove nel giro di pochi mesi trovò un lavoro ben retribuito, una casa ed un futuro.
I discorsi del gruppone variavano tra amarcord di avventure esilaranti, almeno per loro visto che io ci capivo poco, e discussioni ben più serie riguardanti la situazione di due persone che per avere un domani hanno dovuto lasciare il loro Paese.

«Ragazzi, ascoltate me: scappate! Io non me ne pento, anzi, sono felicissimo per certi versi di non essere più italiano» dichiarò il calciatore dopo qualche bicchiere di spumante. «So bene che qua non avrei mai giocato in Serie A, ma l’estero ti dà delle occasioni, qua invece ricevi solo porte in faccia. Oggi, fossi rimasto a giocare in Italia, mi sarei ritrovato a lavorare la mattina ed allenarmi la sera per portare a casa al massimo duemila euro al mese. Oggi guadagno cinque volte di più e mi sento realizzato».

«Al di là dei soldi», si intromise l’ingegnere, «la vera cosa che conta è avere delle speranze. Qui non ne avevo più. Voi pensate che non abbia tentato di tornare in Italia dopo essermi fatto un curriculum? Certo che ci ho provato. Mi sono sentito rispondere, addirittura, che non capivano chi me lo faceva fare di tornare dalla Germania, che non avrebbero mai potuto darmi lo stesso stipendio. E tutto senza sapere neanche quanto prendessi. È uno schifo…».

«L’Italia non ha orgoglio. Si dice che ci sappiamo arrangiare ma mica ne sono più così tanto convinto io. Avete visto ieri la Champions?» chiese il calciatore. Gli altri annuirono in religioso silenzio. «Nell’Olympiakos ha fatto un gol pauroso Weiss, che l’anno scorso giocava al Pescara. Sapete quanto l’hanno pagato? Nulla. E nessuna squadra italiana ci ha pensato. Non costava nulla e tante avrebbero potuto provarci almeno».

«Ed El Hamdaoui lo ricordate? La Fiorentina l’ha dato in prestito con diritto di riscatto al Malaga e mentre alla Viola si rompe Gomez, lui debutta e fa tripletta in Liga…» disse uno dei ragazzi al tavolo.

Immediatamente un altro prese la parola.

quintero«E allora, scusate, ci metterei pure Quintero e Verratti scappati dall’Italia. E sono due talenti! Pure loro ex Pescara. Li hanno pagati quanto sono stati pagati Alvarez, Ogbonna, Matri… per non parlare poi di giocatori come Borini che sono stati lasciati andare senza remore alcuna!»

«E poi c’è Carolina, la mia ragazza» disse l’ingegnere. Calò il silenzio e tutti lo guardarono. «Lo so, lo so, non ve l’ho detto. Ma sto con lei da pochi mesi, giuro che ve la presenterò. Comunque la sua storia è ancora più assurda della mia e di quelle del calcio. Laurea triennale in Italia, specializzazione biennale negli Stati Uniti. Sempre lì divenne ricercatrice, poi tornò in Italia, pronta però a tornare negli USA l’anno dopo, con un contratto già siglato da parte di una grande industria multinazionale del settore. Peccato che l’Italia non gliel’ha permesso. C’è una legge, o forse c’era, non so se sia stata abrogata… comunque c’era questa legge che non permetteva ai ricercatori italiani rientrati dall’estero di ritornarci se non dopo due anni di attesa. Questo per tentare di limitare la fuga dei talenti. E lei avrebbe anche accettato di lavorare in Italia per un anno come ricercatrice, peccato che lo Stato non versava un euro a questi ricercatori rientrati. Desolata ha rescisso ogni contratto in essere ed è scappata in Germania dove ora vive da anni e dove ci siamo conosciuti». I compagni di tavolo lo fissarono. Io pure. Era una storia assurda. Un paio dei presenti iniziarono a ridere poco convinti, sperando fosse una storia inventata, ma l’ingegnere negò, raccontando ulteriori particolari.

Guardai l’orologio, s’era fatto tardi. Mi alzai, presi il mio maledetto golfino. Pagai al ragazzetto la consumazione ed urlai un saluto a Giacomo, che alzò la mano e mi salutò con un sorriso. Prima di uscire risistemai i quotidiani che avevo sfogliato. “Orgoglio italiano per la Costa Concordia”  titolava uno. Scossi la testa. Ci dimentichiamo con una facilità imbarazzante che per ogni prefetto Gabrielli c’è uno Schettino, che per ogni Tevez che arriva c’è un Verratti che se ne va, che per ogni superstipendio concesso ad un dirigente pubblico ci sono le speranze di una Carolina qualsiasi schiacciate e fatte a pezzi da una burocrazia senza logica e senza cuore. Ogni tanto mi viene da pensare che pure il vero orgoglio italiano sia in fuga ed a ragione.

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Crede nello sport come forma di narrazione, è Dottore in giurisprudenza perché crede ancora nella giustizia e legge per tenere i piedi ben saldi sulle nuvole. Ha trovato una Winston blu. L'ha fumata. @Andrea_Ross89

Un commento a “Al Bar Contropiede: cervelli e piedi in fuga

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