balo saluta gli iberici

È una nostra caratteristica: in caso di sconfitta cercare il colpevole, capire dove si è sbagliato, lanciarsi in accuse e controaccuse. Ecco che allora lo staff di Prandelli ha sbagliato preparazione, che il CT ha sbagliato formazione e non doveva mandare in campo Chiellini, che sempre il CT ha sbagliato i cambi. Poi ecco che ci si appella alla sfiga, al fatto che se non si fosse infortunato Thiago Motta avremmo potuto rimontare, al fatto che gli avversari hanno avuto la possibilità di riposarsi un giorno in più, e via dicendo.

 

Talvolta è giusto cercare gli eventuali colpevoli, ma non in questo caso. Perché se l’Italia è stata sconfitta per 4-0 in una finale, prima che di demeriti azzurri si tratta di meriti spagnoli.

Gli iberici con il trionfo di ieri hanno cambiato la storia del calcio, riuscendo nell’impresa di vincere tre competizioni consecutive come nessuno mai aveva fatto. Forse è ancora presto per rendersene conto, e ci accorgeremo di quello che abbiamo avuto sotto gli occhi in questi ultimi tornei solo fra qualche anno, ma la Spagna di Casillas e Xavi, di Sergio Ramos e Torres, di Xabi Alonso, Iniesta e Fabregas, è forse la più grande nazionale ad aver mai calcato un terreno da gioco.

Hanno dominato le ultime due edizioni degli Europei e l’ultimo Mondiale, sono stati sconfitti una sola volta in diciannove partite. Ma soprattutto hanno imposto uno stile di gioco simile a quello del Barcellona, basato cioè sul palleggio estenuante, unendolo a un cinismo più tipicamente madridista. Non sempre in questo Europeo (così come in Sudafrica) le Furie Rosse hanno incantato, ma la loro forza è stata proprio nel portare a casa le partite e i tornei anche quando non riuscivano a esprimere il proprio gioco nella sua totalità.

Aragones prima e Del Bosque in seguito hanno saputo trasmettere, certamente aiutati dai successi dei club spagnoli (Barça in particolare), una mentalità vincente e tenace alla nazionale, levandola da quel complesso di inferiorità che l’aveva accompagnata per decenni. Questa mentalità, unita a un tasso tecnico elevatissimo, ha portato tre successi in sequenza, qualcosa che non si era mai visto prima e che forse non vedremo mai più.

 

Non si capisce quindi perché, per una volta, non si possa spiegare la sconfitta azzurra con la forza dell’avversario. E non è un modo per farla facile né tantomeno un alibi, ma una semplice e onesta presa di coscienza della superiorità altrui. Capisco che la partita d’esordio possa far credere che l’Italia avrebbe potuto fare di meglio, e questo non è da escludere. Ma la verità, forse, è che gli spagnoli possono sbagliare una volta approccio alla gara (come era stato a Danzica), ma non avrebbero mai fallito due volte nel giro di venti giorni contro la medesima squadra. A prescindere dai cambi di Prandelli e dagli infortuni vari. Contro una Spagna così, contro una compagine che ha riscritto la ultracentenaria storia pallonara, non c’era davvero nulla da fare. Solo ammirare, e fare tesoro per quando racconteremo ai nostri nipoti della «Grande Spagna di Xavi e Iniesta».

 

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Leggo Tex Willer e fumo Camel Light.

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