ultras genoa

Due lettori ci scrivono a proposito dei disordini di Marassi.

 

 

Sarebbe sbagliata una chiusura del tifo organizzato

Egregio direttore,

le scrivo in merito agli spiacevoli fatti di Genova di domenica scorsa ed al suo provocatorio articolo su quei fatti.

In sintesi ho visto una sessantina d personaggi far sospendere una partita ed umiliare i giocatori senza che nessuno, né steward né forze dell’ordine, intervenisse. Oltre allo spiacevole spettacolo di gente violenta che umilia altre persone ho visto uno stato che non interveniva limitandosi a filmare i sedicenti ultras per poi, forse, intervenire con qualche diffida. Quello che è successo ieri è successo troppe volte negli stadi e nelle piazze italiane: bastano pochi deficienti scalmanati per mettere in pericolo l’ordine pubblico e la pubblica incolumità. Credo sia necessario che le istituzioni, parlamento e governo innanzitutto, ragionino per porre fine a questi scempi.
Mi permetto solo di dissentire sulla sua provocatoria proposta: proprio perché non bisogna cedere di fronte a dei delinquenti credo che una chiusura al tifo organizzato sia sbagliata: nel nostro stato esiste il principio di presunzione di innocenza quindi va punito, e severamente, solo chi ha commesso dei reati, non bisogna criminalizzare migliaia e migliaia di ragazzi che per la propria squadra cantano gridano gioiscono piangono e a volte contestano.

Vostro affezionato lettore,

Bomber

 

Caro Bomber, la mia provocatoria proposta, quella di sciogliere il tifo organizzato, non andrebbe contro alcun principio di presunzione d’innocenza: “quei ragazzi che per la propria squadra cantano gridano gioiscono piangono e a volte contestano”, nel caso di una (purtroppo improbabile) chiusura dei gruppi ultrà, potrebbero tranquillamente continuare ad andare allo stadio a tifare. Semplicemente, lo farebbero senza appartenere ad alcun gruppo organizzato. In questi casi si cita sempre l’Inghilterra: ebbene, ho avuto modo di frequentare gli stadi inglesi, e le assicuro che lì i gruppi organizzati non ci sono (perlomeno non sono paragonabili a quelli delle nostre curve) e tuttavia il clima è spesso caloroso. I tifosi sono liberi di cantare e sostenere la propria squadra, ma non sta scritto da nessuna parte che debbano esistere i gruppi ultrà. (G.M.)

 

 

 

Sculli uomo vero

Quanto visto a Marassi nel pomeriggio della domenica appena passata è qualcosa di vergognoso: le mmagini che in questo momento stanno girando il mondo ci stanno facendo vergognare di essere italiani, a quanto sottolinea Sky. Io non sono d’accordo. Mi spiego, non esalto i facinorosi né sto dicendo che hanno fatto la cosa giusta, soprattutto confrontando con quanto è accaduto nel borgo inglese di Wolverhampton: squadra retrocessa e tifosi che comunque applaudono. Sono il primo a dire che si dovrebbe tifare così, che non si dovrebbe arrivare a chiedere la maglia a calciatori, giudicandoli indegni di indossarla e schiavi dei soldi. In mezzo a uomini in lacrime (signori, ricordiamoci che con tutti i loro difetti, anche loro sono uomini e per questo vanno rispettati), in mezzo a persone che si levano lacrimanti la maglia per la quale stanno giocando e perdendo, uno si è levato ed è andato verso la curva a parlare con quegli ultras. Magari un orgoglioso, magari uno che, semplicemente non ci sta, è andato verso la curva e la maglia non l’ha tolta. Questa è la vera forma di attaccamento alla maglia. Giuseppe Sculli è, a mio avviso, il protagonista di questo week-end calcistico. È solo per la sua voglia di onorare quello che stava facendo che si è presentato al cospetto di quei tifosi.

Nella vita ho avuto la fortuna di accorgermi di come solo dando il massimo anche nei momenti più difficili, di sofferenza, si onori quello che Dio ci ha dato come dono, cioè la vita stessa. Sculli si è presentato innanzi a quei tifosi senza paura, ha preso quell’ultrà e gli ha parlato a quattr’occhi perché era certo di come si stava ponendo di fronte a quello che stava facendo, col cuore. Di fronte a quanto stava succedendo è divenuto certo in lui di come ci fosse un giudizio molto riduttivo di quello che stava accadendo in campo, ossia che una squadra in difficoltà stava perdendo una partita importante, pur giocando col cuore. Giuseppe Sculli non ha avuto paura di stare di fronte a quello che stava facendo, per questo è andato a parlare con l’ultrà. Ha avuto il merito di metterci il cuore fino in fondo, di rischiare la sua incolumità per affermare quella che era la verità.

I miei complimenti, Giuseppe: sei davvero un grande uomo.

Matteo Masseroli

 

 

Un altro modo di raccontare lo sport.

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