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cesaremaldini7Ogni milanista che si rispetti in queste settimane è stato colpito da una grande delusione, un sogno sperato, quasi accarezzato che si è infranto prima di potersi materializzare. Che Paolino tornasse a casa era desiderio di tutti, era una di quelle cose che è normale accadano, il lieto fine che tutti si augurano per l’epilogo di una grande storia. E invece no, non se ne farà nulla, con buona pace dei romantici che proprio ci speravano. Senz’altro il progetto attorno al Milan è ancora poco chiaro, non si è ancora capito con certezza nemmeno la composizione del fondo che costituirà la nuova proprietà. Maldini invece ha richiesto chiarezza e ampie garanzie per una piena libertà di agire e muoversi all’interno del nuovo Milan, non accettando così la proposta di essere l’uomo immagine di un progetto, a suo dire, non vincente. Forse però avrebbe potuto e dovuto dimostrare maggior amore per un popolo allo sbando la cui prima necessità è avere di nuovo il proprio capitano da seguire dentro ogni battaglia. È stata più grande la paura di rovinare la propria immagine sporcandosi le mani in un progetto tutto da capire, o a prevalere magari è stato l’orgoglio ferito dal non vedersi attribuito un ruolo conforme alle proprie aspirazioni. Avrebbe senz’altro dovuto accettare, mettendosi in discussione, ripartendo da zero e accogliendo con umiltà un’offerta che da quel che si è potuto leggere non era nemmeno così di facciata, con l’intenzione di formare un triade Fassone-Mirabelli-Maldini a gestire la baracca.

13.0.176049188-142-U202182049561WBG-U160609989162kPE-620x349@Gazzetta-Web_articoloUno dei punti critici è stato proprio il rapporto con l’ex dirigente interista, dove l’ultima parola, in caso di dissenso tra i due, sarebbe spettata a Fassone, e questo proprio non è andato giù all’ultimo numero 3 della storia milanista. C’è da dire tra l’altro che il candidato non era poi neanche così qualificato da poter pretendere con arroganza di imporre le proprie condizioni, ok è Maldini e nessuno può essere più desiderato di lui, però nei fatti è fermo da troppi anni e non ha mai ricoperto alcuna carica di questo tipo: un conto è fare il terzino, un conto gestire una squadra. Ora si spera che il progetto bandiera non venga abbandonato, sia per una questione romantica, sia per una questione d’immagine, sia perché può essere una figura chiave di coordinamento e orientamento, specie in uno spogliatoio con grossi difetti caratteriali. O forse ormai, come ci insegnano i cugini nerazzurri, le bandiere non servono più a nulla, fanno parte di un calcio antico, ormai superato; meglio quindi affidarsi a capitani più moderni, uomini dei tempi nostri, un po’ come Maurito Icardi, capitano capace di tenere in scacco la propria squadra un’estate intera solo per soldi, capace (alla veneranda età di ventitré anni) di scrivere un’autobiografia in cui insulta i suoi stessi tifosi, capitano al cui braccio si lega stretta una fascia ormai senza senso e senza valore…

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