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Lebron James guida Cleveland alla rimonta su Golden State ed entra nella storia.

061916_goldenComposure, Compostezza, ma anche l’arte di saper mantenere calma, identità e concentrazione quando l’adrenalina azzera i sensi, rende le mani scivolose e fa tremare le gambe. La composure è la chiave di ogni vittoria, nelle battaglie come nelle guerre, nelle partite senza ritorno come negli estenuanti due mesi di post-season NBA: “just keep our composure, do NOT overreact Kobe Bryant” urlava con la sua voce roca il Comandante Rivers, quando il mamba gialloviola seminava devastazione al Garden negli anni in cui il titolo era un affare tra Boston e Los Angeles. Ci sono momenti in cui mantenere la propria composure è più difficile che in altri. Ad esempio, può essere difficile mantenerla quando ti trovi sotto 3-1 nelle Finals, in balia dell’incessante bombardamento dei Golden State Warriors, guidati dall’unanimous MVP, campioni in carica e distruttori di record nella regular season. Può essere ancor più difficile quando la storia dice che nessuno ha mai rimontato uno svantaggio simile in una Finale, che tantomeno potrai farlo tu, perdente nato, che senza Dwyane Wade e Ray Allen non avresti mai vinto nulla neppure a una sagra di paese.

Capita che anche un Re venga fatto oggetto di scherno, deriso, umiliato. Stephen A. Smith, analista NBA non proprio dei più raffinati, dice dopo gara 2 che Cleveland perderà in 4, se perderà in 5 sarà un successo. Klay Thompson, nella conferenza stampa al termine di gara 4, dirà che il Re è una femminuccia, che non accetta nemmeno un pugno lì dove fa più male senza lamentarsi dell’arbitraggio. Draymond Green, che quel pugno glielo ha rifilato, in campo gli fa il verso e lo deride. I Cavaliers sono in fondo a un pozzo profondo 70 anni di storia.

Composure. Serrare i ranghi.

USP NBA: FINALS-GOLDEN STATE WARRIORS AT CLEVELAND S BKN USA OHI know what I’m capable of doing. I know what our team is capable of doing. But it’s not hard. You just go out and do your job”. Lebron James gioca con due bracciali al polso, su entrambi c’è scritta la stessa frase: “I promise”. Ha promesso, nella fattispecie, di portare per la prima volta nella storia un titolo a Cleveland, casa sua (è di Akron, Ohio), una casa tradita per inseguire più facili destini a South Beach. Mai perdonato. Ecco che allora ci pensano Curry e compagni a dare al Re un’occasione storica di redenzione, personale e di una città intera, redenzione di una delle poche squadre mai vincenti nella storia della Lega. Lebron si carica la città sulle spalle e parte.

Gara 5, Oakland. Se Golden State vince è campione NBA per la seconda volta di fila, la terza nella sua storia. La Oracle Arena è un calderone impazzito, LBJ viene fischiato dal riscaldamento, gli cantano “cry baby” dagli spalti. 41 punti, 16 rimbalzi, 7 assist, 3 stoppate; il secondo violino Irving finalmente all’altezza. Lue è il primo a crederci: “I like our fight!” perché di questo si tratta. Cleveland 112, Golden State 97: Il Re, sostenuto dal suo pretoriano ventiquattrenne, dà ai Cavaliers un altro giorno di vita.

160619_EM_LeBronGara 6, Cleveland, lo striscione “Defend the Land” a coprire tutta una tribuna. Golden State non ha una chance e sembra saperlo fin dall’inizio. I gialli vengono spazzati via. 41 punti, 8 rimbalzi 11 assist, 3 stoppate tra cui una a Curry senza saltare, con sguardo inceneritore a seguire. Finisce 115 a 101, ma il divario non rende l’idea di una partita finita ancor prima di iniziare. Un altro giorno di vita.

Composure.

Steph Curry, espulso per la prima volta in tre anni, lancia il paradenti colpendo (accidentalmente) un tifoso; Harrison Barnes (spesso una delle chiavi dei tanti successi Warriors) tra gara 5 e gara 6 tira 2 su 22 dal campo; Draymond Green si definisce un “bad teammate” per essersi beccato una squalifica prima di gara 5; Steve Kerr cambia nervosamente lineups senza mai trovare una quadra, tenendo a lungo in campo in gara 6 Andre Iguodala, palesemente non in condizioni di giocare per problemi alla schiena. Adesso sì che le gambe tremano.

AP924479633798Gara 7La partita definirà la legacy di Lebron, ma è anche la partita che rischia di dare un calcio al secchio dei record della regular season di Golden State. La partita si gioca in una dimensione diversa, l’elettricità nell’aria la senti anche dall’altra parte del mondo davanti a un pc. Flavio Tranquillo parte carico a pallettoni, richiamando la perfezione del numero 7 nell’esoterismo. Tutto in una notte. Cleveland inizia distratta, perde sistematicamente i tiratori sui blocchi (come nelle prime gare), ma riesce in qualche modo a ribattere e a rimanere attaccata alla partita, grazie soprattutto all’incontrastato dominio sotto le plance di Love e Thompson. Warriors e Cavs tentano vicendevolmente di piazzare la stoccata giusta, la fuga decisiva, ma si rimane punto a punto, finché Golden State non piazza un parziale di 15-3 alla fine del terzo quarto, prendendo il controllo emotivo della partita. Sei minuti dalla fine. Golden State è sopra di quattro lunghezze. Green, vero Warrior degli uomini in gialloblu, sta giocando una partita pazzesca, ad andare giù non vuole nemmeno pensarci, Lue è appena stato costretto a chiamare un timeout per tentare di arginare l’emorragia, la Oracle Arena è una polveriera.

Composure. Sappi sempre chi sei, rimani calmo, rimani lucido. Mantieni la tua promessa.

Il primo a cadere è Steve Kerr. Rinnega il suo credo, mette in campo Festus Ezeli per cercare di arginare Tristan Thompson a rimbalzo e per mettere un corpo a centroarea contro le penetrazioni di James, ma un centrone così nell’ultimo quarto a Golden State non lo vedevano dai tempi di Andris Biedrins, e non è che ci sia qualcuno a Oakland che quei tempi li rimpianga. Jeff Van Gundy in cabina di commento vede la mossa del collega e quasi gli viene una sincope. “I felt like we needed to have rim protection” dirà Kerr al termine della gara, ma questo feeling negli ultimi due anni non lo aveva mai avuto, chissà come mai.

636019701675022686-USATSI-9349559James sa bene chi è. Sa bene che anche se il jumper stasera non funziona, se riesce a giocare contro Ezeli sul pick and roll può fare quello che vuole. Legge immediatamente l’errore di Kerr, entra subito nell’attacco, è marcato da Green. Non perde tempo, chiama Tristan Thompson per il blocco. L’uomo di Thompson è Ezeli. Switch. Eccoci qui. Lo manda per aria con una finta (scolastica) e si prende tre liberi, tutti e tre a bersaglio. L’attacco dopo, lo chiama fuori, lo disorienta e gli spara in faccia da 7 metri e mezzo. Bang. Cambio grazie. È tardi: Cleveland è rientrata, Curry risponde con un passaggio dietro la schiena da venti spezzagambe direttamente in tribuna: il Reverendo Jackson ha una sincope in cabina di commento. Due minuti alla fine, pari 89, quello che era tutto condensato in una notte si condensa negli ultimi due minuti di una partita leggendaria. Non segna più nessuno.

Irving cerca guai in area, perde un pallone orribile, sanguinoso. Curry e Iguodala vanno via in contropiede, Steph serve Andre alla perfezione, clear path to the basket. Iguodala è grosso, è forte, è uno dei migliori finisseur della lega (ed è, peraltro, l’MVP delle Finals della passata stagione). MaMentre Iguodala sta per appoggiare il layup, il Concorde con la 23 gli plana sopra la testa e gli infligge la stoppata più incredibile di tutti i tempi.

 

Due attacchi più tardi, Irving punta Curry, legge il momento, legge che è la cosa giusta da fare: hesitation, un paio di palleggi, arresto dietro l’arco dei 7,25, gli tira in faccia. Bang.

È finita. Golden State avrebbe il tiro per rientrare ma l’esecuzione dell’attacco è imbarazzante e il tiro di Curry prende in pieno il secondo ferro.

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È finita. Lebron (tripla doppia in Gara 7 delle Finals, cosa vuoi che sia) crolla a terra in un pianto liberatore che ridisegna il personaggio. Piange come un bambino per dieci minuti buoni, non riesce a parlare, i giocatori, i tifosi, persino Dan Gilbert, il proprietario dei Cavaliers, scoppiano tutti in un pianto inconsolabile in un momento di empatia di rara bellezza. Poi, il Re si alza, e tutti con lui. Va ai microfoni per dedicare la vittoria alla città di Cleveland, la città che lo ha allevato, idolatrato, bandito, riabbracciato, amato come si può amare soltanto un figlio che ritorna. Con una promessa.

Un commento a “High road to redemption

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