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Nuovo appuntamento de La Voce dell’Ideologia, in cui brillano le ambizioni del Milan, si rimarcano i problemi della Juve, e dell’Inter, beh, è difficile provare a dire qualsiasi cosa.

JUVENTUS

212607187-ca684cc0-d0d4-4daa-9ccb-b5e28611792fC’è un fattore che nell’analisi dell’inizio anno della Juve non è stato quasi mai preso in considerazione. Anzi, a dire il vero è stato preso in considerazione nel modo forse più sbagliato possibile. Questo fattore è il paragone con l’anno passato. Ad un primo, sbagliato, sguardo infatti il paragone pare insostenibile. L’anno scorso il numero chiave alla nona giornata era il 12. Come i punti portati a casa dai nostri beniamini ma anche come la posizione in classifica. Ad oggi invece siamo primi, con due punti sulle inseguitrici e con ben 21 punti in saccoccia, figli di ben 7 vittorie e solo due sconfitte. Il problema però è che bisognerebbe analizzare la stagione a lungo termine, specialmente per quanto riguarda la condizione fisica. Quest’anno, così come l’anno scorso, infatti la condizione fisica non è proprio fantastica, per usare un eufemismo. Tranne pochi elementi, vedi Alex Sandro o il solito Barzaglione, molti dei nostri giocatori sono leggermente fuori forma. Gambe piantate e contrasti quasi mai vinti. Ciò nonostante siamo lì, al primo posto seppur con un gioco che fatica ad ingranare. Col Milan a dire il vero il primo tempo è stato positivo, un buon giro palla e anche una buona intensità. Poi però si è rotto Dybala, siamo rientrati in campo un po’ molli, e in quella bella squadra che è il Milan, perché diciamocelo sono davvero simpatici e un po’ ci ricordano la nostra prima juve di Conte, ci sono due ragazzini che paiono, e probabilmente sono, dei fenomeni. La questione principale non è tanto aver perso a San Siro per la seconda volta, che ci potrebbe anche stare, ma è il gioco espresso, è la sensazione che ogni tanto qualche giocatore voglia risolvere le partite da solo e non giocando con la squadra. È vero, il giorno in cui avremo la rosa completa ci sarà da divertirsi, però nel frattempo bisogna fare integrare al top i nuovi arrivi e migliorare, perché, come ha detto il nostro Clark Kent, così non basta. Così, per vincere la Champions, non basta. Fortunatamente non troveremo tanti Locatelli o Donnarumma nel proseguo della stagione, però, allo stesso tempo, dobbiamo rimanere compatti. Perché la differenza vera con l’anno scorso non è tanto la condizione fisica che pare circa simile e programmata per essere al top più avanti, ma è la testa, è la mentalità grazie alla quale siamo comunque lì, in cima alla classifica a guardare tutti dall’alto.

La Furia Ceca

MILAN

esulta.locatelli.milan.juventus.2016.2017.750x450L’inverno è alle porte, l’aria si fa frizzante, cadono i primi fiocchi sulle cime, ma nonostante il freddo inizi a penetrare le ossa c’è un gruppo di ragazzini spavaldi che sta scalando la classifica ed è quasi in cima, dove nessuno credeva potesse arrivare. E da qui, da queste altezze che un tempo si era soliti abitare, si può vedere tutto: la palude psicologica da cui si è partiti, ormai solo un ricordo per ragazzi, poco più che bambini, che non temono di affrontare nemmeno i campioni in carica; si vedono interisti annaspare nelle loro stesse tronfie certezze che puntualmente si fermano al caldo di agosto, non tutti del resto hanno il fisico per stare in cima d’inverno. Da qui il rumore dei nemici, le urla, le recriminazioni, sono melodie dolci per le nostre orecchie memori di furti ben più gravi con cui gli stessi non si fecero scrupoli di rubare un campionato. Mai ingiustizia fu più giusta, d’altronde, si sa, “San Giuan fa minga ingan“, o se preferite “chi la fa l’aspetti”. Comunque il vecchio Sulley è solo parzialmente vendicato, ripasseremo più avanti per chiudere i conti… I ragazzi, nella cornice di un San Siro vestito a festa come non succedeva da troppo tempo, sono guidati da un gigante diciottenne che si atteggia con la sicurezza di un veterano e non si scompone neanche dopo un’entrata assassina di un impunito Pjanic, che con cattiveria gli stampa i tacchetti in faccia. Carattere, tecnica e concentrazione sono enormi in questo ragazzone che al novantaseiesimo salva il risultato ancora una volta con un volo all’incrocio che più bello non si può; gli dei del calcio sono tornati a guardare benevoli la Milano rossonera, regalandoci un campione che non meritiamo e che tutti ci invidiano. La sortita vincente poi la compie un altro pischello con coraggio da vendere, che, dopo aver perso diverse palle insanguinate, non si demoralizza e come fece Davide conserva sufficiente sangue freddo da sfidare e battere Golia con un fendente imprendibile che scheggia la traversa e si infila nel sette. E poi che bello tornare a sentire l’adrenalina che sale, la sofferenza del finale, l’unica paura che è un vero piacere provare perché propria di chi è ad un passo dal compiere una piccola grande impresa. L’inverno è alle porte, winter is coming, chi non se la sente stia a casa, al caldo, il Milan c’è, il Milan è tornato e la sua banda di sbarbatelli non teme nulla e nessuno. Avanti il prossimo.

Il Re dell’Est

INTER

123132981-fc127104-926c-4a96-9885-4e72b20c1ab6Partiamo con il dire che tutto questo è assurdo. Insomma, pensavamo che cambiare allenatore a due settimane dall’inizio del campionato fosse già il fondo del barile della straordinaria follia, e invece l’Inter non smette mai di stupire, per gli impensabili orizzonti di autolesionismo che riesce a spalancare. Una situazione che lascia interdetti: circa un mese fa battevamo la Juve a San Siro e venivamo etichettati come reale pretendente allo scudetto, con un allenatore visionario e carismatico e un capitano/attaccante/cannoniere che di migliori non era possibile trovarne in giro. Oggi siamo a pochi passi dalla zona retrocessione, con un allenatore con già un piede e mezzo fuori da Appiano e un capitano/attaccante/cannoniere a cui gli ultras vogliono togliere la fascia e che non segna più da parecchie partite. Vista dal di fuori deve sembrare sicuramente una storia avvincente e ricca di colpi di scena; ma dal di dentro, anche solo in veste di tifosi, è una cosa straziante. Comunque. Provare ad analizzare ogni componente di questa allegra trotterellata verso il suicidio che l’Inter ha intrapreso da qualche settimana a questa parte sarebbe impresa troppo ardua, che meriterebbe un trattato o quantomeno un pamphlet scritto a quattro mani con Sigmund Freud. Quello che però mi sento di fare, senza la minima ombra di dubbio, è schierarmi al fianco di Frank De Boer. Ma cosa vi aspettavate? L’Inter negli ultimi 3 mesi ha vissuto un cambio epocale, nella società, in parte della dirigenza, nella guida tecnica. Si è deciso di prendere un allenatore che si sapeva essere un costruttore, un uomo che ha bisogno di 4-6 mesi (ad essere stretti) per mostrare i primi frutti del proprio lavoro. Uno che faccia crescere i giocatori piuttosto che farli rendere immediatamente ma ad un livello inferiore al pieno delle loro potenzialità; uno che dia una nuova impostazione al gioco della squadra, più arioso, offensivo, moderno, europeo; uno, insomma, come Frank De Boer. Consci, e chi non lo era si faccia un esame di coscienza, che prendere in mano una squadra a metà agosto in una situazione di incertezza e confusione quale quella in cui versava l’Inter avrebbe prima o poi presentato il conto. Tutto stava nell’essere pronti ad accettarlo. E invece, puntualmente, si è immediatamente preteso tutto da De Boer: che una squadra che non gioca a calcio da 5 anni nel giro di poche settimane trovi solidità, geometria, piglio e pure spettacolo; che un allenatore arrivato a metà agosto da un altro mondo capisca in 3 minuti come funzioni il mondo Inter e impari a gestirlo (roba che gente ben più radicata non è in grado di fare nemmeno dopo 20 anni: ogni riferimento è puramente casuale…); che un gruppo che fondamentalmente non si è allenato per un’intera estate trovi la condizione atletica migliore in una settimana. E via dicendo. Ebbene questo è ingiusto, è a tratti offensivo per i toni che la critica a De Boer ha assunto in queste ore (è vergognoso come molti giornalisti parlino di lui, roba da denuncia quasi). Perciò: quello che sta accadendo era ampiamente preventivabile, forse non ci si aspettava di perdere a San Siro con il Cagliari, va bene, ma la sostanza non cambia. Si era preso un certo tipo di scelta, di cui sembra quasi che la società (Suning? Thohir? Ausilio? Boh…) si stia vergognando: ora questa scelta va difesa, appoggiata e, soprattutto, rispettata. Umanamente e sportivamente. Anche perché le alternative, di ogni tipo, fanno accapponare la pelle. Al fianco di Frank De Boer dunque, sempre.

Alvaro Nazario Prisco

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