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Ci si chiede sempre con chi si vorrebbe andare a cena una sera, se si potesse scegliere chiunque. E sapete, la gente risponde Madre Teresa di Calcutta, Gesù, il Dalai Lama. Ok, lo capisco. Ma se dovessi pensare a qualcuno di più terreno, io posso dirvi in tutta onestà che la mia cena sarebbe in compagnia di Timmy. Questo perché è la persona più reale, coerente e vera che io abbia mai incontrato nella mia vita.

Greg Popovich

84a178c4-a161-de11-92c9-001cc494dda6_originalLe Isole Vergini sono un arcipelago di isole caraibiche appartenenti agli Stati Uniti d’America. Su una di esse, Saint Croix, sorge un piccolo paese con poco meno di tremila abitanti: Christiansted, nome dato dal reale danese che conquistò le isole nella prima metà del ‘700. Oltre duecento anni dopo, nel 1989, queste isole si trovarono a dover affrontare uno dei momenti più brutti della loro storia. L’uragano Hugo infatti si abbatté sulle coste caraibiche radendo al suolo quasi ogni infrastruttura. Proprio Christiansted, tra i tanti danni subiti, dovette fronteggiare anche quello della piscina pubblica; un problema apparentemente piccolo ma che per qualcuno si rivelò enorme. All’epoca infatti si allenava, ottenendo ottimi risultati, un ragazzino alto e magro chiamato Tim. Il suo forte erano i 400 stile libero. Quell’uragano fu però, per Timmy, il primo grande momento di svolta della sua vita: senza piscina infatti il giovane caraibico, che nell’89 aveva solo 13 anni, non poteva continuare a nuotare. L’unica alternativa alla piscina era infatti l’oceano, ma oceano significava parallelamente squali e Tim non aveva intenzione di fare amicizia con quei predatori. Fu così che si dovette adattare a qualcosa di nuovo, e quel qualcosa di nuovo, col fisico che si ritrovava, fu quasi obbligatoriamente il basket.

91004c17775080ecfbfd41fd06e519be_169_lProprio lo sport della palla a spicchi divenne il grande compagno di vita di Timothy Theodore Duncan. Il secondo momento chiave è forse dovuto alla perdita della madre: era passato solo un anno dall’uragano quando, per un tumore al seno, la mamma di Tim lo lasciò troppo presto. È il momento nel quale il carattere di Tim inizia a formarsi, introverso nei confronti degli altri e incredibilmente atipico specialmente per il mondo del basket. Subito il cognato, allora giocatore universitario, inizia ad insegnargli i vari fondamentali. Dal ball handling fino alle penetrazioni, passando però con quello che è diventato il vero marchio di fabbrica del caraibico: l’uso del tabellone. Il passaggio dal cortile di casa ai parquet più importanti d’America è stato breve. Dopo quattro anni alla Wake Forest University, anni nei quali riesce a finire il college proprio come voleva la mamma, Tim Duncan viene scelto come numero uno al Draft NBA del ’97. Incredibilmente però la scelta va non hai più quotati Celtics ma ai San Antonio Spurs. Popovich, che già allenava gli speroni, si rende conto dell’immensa fortuna che ha tra le mani e sfrutta al meglio ciò che il destino gli ha riservato.

spurs-duncan-ginobili-parkerTim Duncan si rivela essere uno dei giocatori più dominanti dell’intera lega. Ma è un dominare diverso dal solito: Duncan porta all’estremo opposto il concetto di fenomeno NBA. Mai un eccesso, mai un vestito sopra le righe, anzi, a proposito dei vestiti “alla moda” di Duncan ci sarebbe da scrivere un papiro, mai un comportamento smisurato. Tim Duncan ha fatto del silenzio e della pacatezza una sorta di mantra, e proprio questo suo modo di essere lo ha reso, paradossalmente, ancora più personaggio. Un personaggio che, carattere a parte, ha fatto la storia della pallacanestro moderna. Al suo primo anno vince il premio di Rookie of The Year e l’anno seguente conquista il suo primo anello NBA. Oltre all’anello però, di fianco al suo nome, compaiono tre lettere magiche: MVP. Le finals di quell’anno, infatti, al cospetto dei Bulls orfani di Jordan, sono un dominio del caraibico che trascina i San Antonio a quel tanto ricercato titolo. Da quel momento in avanti la vicenda di Tim Duncan diventa un modo particolare con cui viene scritta la storia. Tra un gioco in post e un canestro di tabella, infatti, Duncan, e con lui i sempre presenti San Antonio Spurs, creano qualcosa di unico nel panorama cestistico americano. Se tutto ciò non bastasse, tra il 2001 e il 2002 si uniscono a Duncan, Popovich e a tutto il mondo Spurs due giocatori ugualmente unici: Tony Parker e Manu Ginobili. È la nascita di un trio non nuovo al mondo NBA ma divenuto, una volta unitosi, incredibile. Insieme ai due compagni di viaggio Duncan aggiunge al suo palmares altri 4 titoli NBA, per non parlare dei premi individuali: 3 volte MVP della regular season e un altro premio di MVP delle Finals.

La carriera di Duncan si potrebbe riassumere con questi numeri, o con quelli che hanno accompagnato i suoi 19 anni di NBA tutti ai San Antonio Spurs: 15 volte all’All Star Game, oltre 1.300 partite e terzo giocatore a superare le 1.000 vittorie, più di 26.000 punti, 15.000 rimbalzi e 3.000 stoppate il tutto solo in regular season. Ma più di tutte queste incredibili statistiche a rendere unica la carriera di Tim Duncan è stato paradossalmente proprio Tim Duncan: con la sua silenziosa ma imponente presenza e con quella classe infinita che gli ha donato madre natura. E oggi, dopo che con 40 anni nelle gambe ha annunciato il suo ritiro, non si può che pensare a Tim Duncan come uno dei più grandi della storia del basket. Come uno di quei protagonisti che sono tali più sul campo più che nella vita privata. Come uno di quei giocatori che ha fatto innamorare di uno sport bellissimo milioni di bambini. Come quel bimbo che, dalle acque caraibiche, ha conquistato l’America.

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